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Chiudo un occhio per Guercino

Guercino

Un miracolo di San Carlo Borromeo (1613-14)

Oggi vorrei parlarvi di un artista che conoscevo meno di zero e su cui, ultimamente, mi sto formando un piccolissimo bagaglio culturale. L’artista in questione è Giovan Francesco Barbieri, detto Guercino perché, fin da piccolo, affetto da una leggera forma di strabismo. -Del tipo che se chiamavano lui Guercino, probabilmente, avremmo dovuto chiamare Sartre “Guercione“.-

Imparando lentamente a conoscere questo artista ho deciso di parlarvi un po’ di lui, come sempre a mio modo, ovvero senza dirvi nulla se non ciò che, a prima vista, mi ha colpito e appassionato.

Il Guercino nasce nel 1591 a Cento, un piccolo paesino dove passerà gran parte della propria vita. Gli unici suoi spostamenti conosciuti, infatti, riguardano un viaggio a Roma, una visita a Venezia e un soggiorno a Bologna (dove morirà nel 1666).

Egli è un autodidatta e la cosa, come potete immaginare, ha finito fin da subito col farmi un’incredibile simpatia. Simpatia che è aumentata a dismisura davanti alla vista delle sue opere giovanili, in cui rifiuta di piegarsi ai canoni dell’accademismo classicista dilagante a quei tempi.

Le prime opere di Guercino sono infatti dotate di un anticonformismo che lascia senza parole anche un profano dell’arte moderna come me. Osservando queste opere “giovanili“, infatti, risulta evidente l’intenzione del Guercino di giocare con la materia pittorica, al fine di raggiungere effetti dotati di grande valenza teatrale.

Guercino

Concerto campestre (1617)

Se volessimo evidenziare i particolari che rendono evidente l’intenzione giocosa del Guercino dovremmo prima di tutto partire dal suo uso della luce. Egli, infatti, si diverte a inserire nei suoi quadri numerose fonti di luce, d’intensità e provenienza diversa. Le figure che rappresenta sembrano illuminarsi all’improvviso, come se poste al centro di un palcoscenico, mentre altre restano in ombra, nascoste dallo sfondo scuro e ombroso.

Guercino

Et in Arcadia Ego (1618)

Anche quando accenniamo a questo sfondo ombroso, però, non dobbiamo pensare ai chiaroscuri caravaggeschi o ad altri esempi del periodo. Le sue ombre, infatti, sono sempre calde, vive e movimentate. Nell’ombra si trova sempre un mondo che riusciamo a scorgere nello stesso modo in cui si ricordano i sogni, dopo essersi svegliati. L’impressione generale, quindi, è quella di trovarsi davanti a uno spettacolo teatrale in cui tanti piccoli uomini si accavallano gli uni sugli altri.

Andando oltre le luci e le ombre, il principale dettaglio che mi ha fatto amare Guercino è il ruolo e l’aspetto dei corpi umani. Gli uomini raffigurati dal pittore di Cento nel suo periodo giovanile, infatti, assumono spesso pose complesse e articolare. Il Guercino punta a stabilire un parallelismo indubitabile tra il fisico e lo psicologico dei soggetti che rappresenta. Ogni tensione interiore viene dunque fotografata sulla tela tramite il manifestarsi delle tensioni fisiche e corporali.

Guercino

Erminia e Tancredi (1618-19)

Si potrebbe allora pensare che questi corpi così tesi e articolati mirino ad assumere una certa presenza statuaria e immobile sulla scena. Pensando questo, però, si cadrebbe fin da subito nell’errore. Le opere di Guercino sono infatti sempre animate da movimenti costanti. Le varie figure si cercano reciprocamente e si collegano tra loro tramite slanci di braccia o gambe.

Guercino

Vestizione di San Guglielmo d’Aquitania (1620)

Tutti i corpi, in questa costante ricerca reciproca, finiscono per dare allo spettatore l’idea di un moto perenne. Le figure si avvitano su loro stesse, al punto che talvolta si dubita della prospettiva visiva che abbiamo dell’immagine. Stiamo osservando il quadro frontalmente? O forse dall’alto? Non lo sappiamo, o meglio, lo sappiamo bene ma più osserviamo il quadro e più siamo spinti a dimenticarlo.

Ecco quindi che i corpi diventano, solo per un momento, quasi una decorazione o una struttura geometrica senza identità. Ma si tratta solo di un inganno. Nel momento in cui riconosciamo i corpi come semplice struttura geometrica ecco che tornano a riacquistare identità. Le loro mani e i loro muscoli si stringono e si torcono. I volti guardano e osservano accigliati, mentre lo spazio circostante  sembra non essere più in grado di contenerli.

Via, non so davvero che dirvi. Come avrete sicuramente capito sono rimasto davvero colpito dal periodo giovanile del guercio pittore di Cento. Ne sono rimasto così tanto colpito che ho voluto parlarvene senza neanche un vero e proprio progetto; senza qualcosa di effettivo da dire. Mi premeva solamente indicarvi qualche dettaglio che mi ha entusiasmato per dirvi: “We guardate che cazzo di figata“.

Possessione

Possessione

I. Repin – Mikhail Glinka

-Fanculo. Fanculo. Fanculo.- Scavalco il divano con un balzo che farebbe impallidire un campione di salto in alto. Esco di sala lasciando la luce accesa mentre avverto una densa oscurità che si attorciglia alle mie caviglie. Mi lancio nel corridoio che si apre a sinistra e scivolo sul parquet andando a sbattere contro un piccolo mobiletto in legno. Si tratta di uno stupido tre piedi con due minuscoli cassetti contenenti.. no, aspetta, chi se ne frega. Mi sollevo. Devo essermi fatto male al tallone perché nel poggiarlo a terra ho la sensazione di star calpestando un porcospino. Ma non è il momento di pensarci. L’ombra è su di me, riesco a sentirne il tanfo asfissiante. Ricomincio a correre. Supero la camera di mio figlio. Mi fermo. Torno davanti alla sua porta e la chiudo a chiave. Un ronzio sempre più violento s’insinua tra le pareti della casa, come se al posto del cemento armato, per costruirla, avessero usato vespe e calcina. Finalmente entro in camera mia. Chiudo la porta e accendo ogni singola luce possibile: il lampadario, la lampada del comodino, la torcia del cellulare e il cappello da babbo natale, con le stelline a luce rossa intermittente, posizionato sul mio cuscino.

No. Un attimo. Che cazzo è questo cappello? Non è mio. L’afferro tra le mani e istintivamente lo annuso. Odore di zolfo e tabacco.

-No. Ti prego. No.- Finalmente capisco cosa sta succedendo. -Mi dispiace! Io non volevo. Ti giuro che non volevo. Perdonami.- La porta di camera comincia a scuotersi con violenza. Un piccolo uragano sembra essere appena scoppiato nel corridoio. -Sei qui per vendicarti vero!? Perdonami. Ti prego perdonami.- Lascio cadere il cappello da Babbo Natale e mi lancio verso la porta per bloccarla col mio peso. Può solo essere lui. Non c’è altra spiegazione.

-Stefano.. Sei tu?- Il lampadario si spegne e si riaccende in un rapidissimo flash. -Possiamo parlarne, possiamo trovare una soluzione. Io non volevo ucciderti. Davvero. Lo giuro.- Il mio cellulare vibra. Corro ad afferrarlo. C’è un nuovo messaggio da un numero sconosciuto: “Non dire cazzate, tu volevi uccidermi e mi hai ucciso“.

-No Stefano. No. Devi credermi.- Arriva un altro messaggio. “Smetti di mentire. Smetti di prendere per il culo. Adesso avrò la mia vendetta. Ah, ti mando pure questo meme che ho trovato. Bellissimo“. Guardo il meme e non mi fa ridere neanche un po’.

-Wow Stefano, è proprio divertente.- Cerco di stare al suo gioco per non irritarlo. “Guarda che ti sto osservando. So bene che non stai ridendo.” Si spengono tutte le luci e la camera si ritrova immersa nell’oscurità.

-E va bene. Hai ragione. Fa proprio schifo.- Forse posso solo essere sincero. -E hai ragione Stefano. Mi dispiace. Ti ho ucciso, è vero. Quando mi hanno detto che saresti stato tu a dirigere il concerto di natale non ci ho più visto. Dovevo essere io a dirigerlo! Mi sono sentito sminuito, tradito e preso in giro.- Arriva un nuovo messaggio. “Era un cazzo di concerto delle scuole medie, te ne rendi conto? Si trattava solo di far suonare il flauto a una ventina d’imbecilli brufolosi e te ti sei comportato come se ti avessi rubato il palco del Teatro della Fenice.”

-Per me era importante!- “Davvero? Per te era importante dirigere Jingle Bells suonata dalla terza C della scuola media Enrico Ruggeri del paesino di Porecchio!?

-Sì cazzo! Sono un professore di musica che a malapena sa riconoscere un bemolle. Quel concerto sarebbe stato l’apice della mia carriera. Tu invece sei.. eri un compositore internazionale; hai diretto orchestre in tutto il mondo, che motivo avevi per rubarmi l’attimo di gloria!?- Nessuna risposta. -Rispondi Stefano. Voglio anche io la mia dose di spiegazioni.- Questa volta non arriva alcun messaggio bensì una telefonata. Rispondo. -Pronto?-

-Tim, servizio di segreteria telefonica, Stefano non è intenzionato a fornire alcuna spiegazione. Stefano è qui per vendicarsi. Il suo traffico residuo è di zero euro e seicentosessantasei centesimi.- Impossibile! Avevo appena fatto una ricarica da venti euro. Se prima ero intimorito ora sono assolutamente spaventato.

-Stefano..-

-Patrizio.- Una voce agghiacciante sibila vicino al mio orecchio. Terrorizzato mi allontano dalla porta schiacciandomi contro l’anta dell’armadio. -Tu mi hai accoltellato. Tu mi hai ucciso. Tu hai posto fine alla mia carriera.-

-Io volevo solo un breve momento di gloria e tu me l’hai strappato via.-

-Non è un buon motivo per uccidere una persona.-

-Ma per favore. Avresti ucciso per molto meno. Anche tu desideravi la gloria più di qualsiasi altra cosa.-

-Ma io la gloria già la possedevo e tu, assassino, hai scelto di togliermela per sempre.- Con mano tremante compongo un numero sul telefono. Devo chiamare aiuto. -Avresti potuto dirigere il concerto natalizio del prossimo anno, senza alcuna perdita e senza alcun disonore. Invece hai scelto di macchiarti del crimine più orribile di tutti.- Faccio partire la chiamata e mi metto in attesa. Finalmente qualcuno risponde.

-Salve a tutti ragazzi e ben tornati su Quei Due Sul Server Due.. No Patrizio, sto scherzando, sono sempre io, Stefano.-

-Lasciami andare ti prego. Ti scongiuro. In fin dei conti son sicuro che adesso sarai in un posto migliore, lontano da tutta la merda che affolla la nostra realtà.-

-Un posto migliore!? Te non hai idea di quanto faccia schifo il paradiso. Niente alcolici, niente droga, niente sesso prematrimoniale e sai, col fatto che in paradiso ci resti per l’eternità non è proprio il massimo sceglier di sposarsi con qualcuno.-

-Ma son sicuro che ci sono pure molti lati positivi, no?-

-I film fanno tutti schifo. Niente Tarantino, niente Lynch, niente di niente. Proiettano solo roba di Wes Anderson, che è talmente autistico che pure Dio in persona si sentirebbe a disagio nel definirlo blasfemo.-

-Ma i film di Wes Anderson sono carini.-

-Carini. Certo. Ma non se devi sorbirteli per l’eternità.-

-Son sicuro che ci saranno alternative valide.-

-Settimo Cielo.-

-Che?-

-Settimo Cielo. La serie Tv. Settimo Cielo e Everwood sono le uniche serie Tv ammesse in paradiso.-

-Capisco Settimo Cielo ma perché Everwood?-

-Stesso motivo di Wes Anderson. Ora basta però. Patrizio. Io sono qui per vendicarmi e adesso è giunta l’ora del sangue. Ti toglierò ciò che hai di più caro al mondo.- Le luci si riaccendono immediatamente e ho la netta impressione di ritrovarmi, finalmente, solo. Nello stesso istante, però, odo un bussare delicato alla porta.

-Papà.- Mio figlio parla con una voce stridula e sofferente. -Papà!- Apro la porta e rischio di svenire. Mio figlio è davanti a me, con i muscoli della faccia contratti e tesi in un’espressione mostruosamente isterica. Le mani sono scosse da spasmi che rischiano di frantumare le sue fragili ossa mentre nei suoi occhi scorgo una sete di sangue incontrollabile. -Ora tuo figlio è mio. Patrizio. Sono dentro al suo corpo. Ho il pieno controllo del suo essere e posso piegarlo ad ogni mio vole..- Tiro uno schiaffo a quel ragazzetto ingrato.

-Ascoltami bene Filippo. Ma ascoltami bene eh! E’ tardi, papà ha avuto una giornataccia e non ha proprio voglia di giocare.-

-Patrizio. Tuo figlio non esiste più, ci sono solo io, Stef…- Altro ceffone. Questa volta lo colpisco così forte che Filippo rimbalza sul pavimento per poi tornare nella posizione iniziale. Mi ricorda vagamente “Ercolino Sempre in piedi” e per un attimo torno a sentirmi giovane.

-Filippo mi stai facendo incazzare, se non torni in camera tua giuro che ne buschi di brutta maniera.- Sollevo il pugno chiuso per sottolineare le mie intenzioni. Il bambino sobbalza e scosso da spasmi sempre più violenti torna in camera sua. -Testa di cazzo. Non è proprio il momento di far simili scherzi.-

La Candid Camera

Candid Camera

D. Judd – Multi-colored floor work

Vi è mai capitato di ragionare un pochetto sulle Candid Camera? No? Beh, menomale. Trovo infatti l’argomento decisamente stucchevole. Ultimamente, però, mi sono sforzato di dedicare qualche pensiero alla questione, prevalentemente senza motivo -come al solito-, solo per il gusto di ragionar su qualcosa di effimero e leggero.

Le Candid Camera nascono nel 1960 negli Stati Uniti, quando fa la sua comparsa una trasmissione televisiva, chiamata appunto “Candid Camera“, che getta i capisaldi fondamentali di questo sistema d’intrattenimento tutto particolare: telecamere nascoste, situazioni paradossali e gente comune che viene posta, a sua insaputa, su di un palcoscenico metaforico per il divertimento della massa.

Ovviamente la nascita delle Candid Camera è dovuta alla diffusione massiva della televisione e, come potete immaginare, al momento della sua comparsa sul piccolo schermo racchiudeva in sé una vera e propria carica rivoluzionaria. Per la prima volta, infatti, la gente comune veniva posta in primo piano. Per la prima volta, questa gente comune, passava da fruitrice passiva dell’intrattenimento televisivo a creatrice -sempre passiva, poiché inconsapevole- d’intrattenimento.

Oltretutto le primissime Candid americane, così come quelle italiane -datate 1964-, avevano al loro interno una certa componente sociologica. L’obiettivo vero e proprio, infatti, non era quello di divertirsi alle spalle degli ignari mal capitati, bensì di rispondere a domande quali: “come si comporterebbe la gente davanti a questa situazione?” o “Quante persone sarebbero disposte a fare questo?“. In pratica, le prime Candid Camera televisive, erano veri e propri esperimenti sociali in chiave comica.

Ovviamente si trattava pur sempre di scherzi ben architettati ai danni di qualcuno, ma tali scherzi non miravano mai al semplice divertimento. Volevano divertire soddisfacendo la curiosità degli spettatori riguardo a determinate questioni.

Attualmente però, come credo tutti voi sappiate, le Candid Camera televisive hanno ormai perso questo elemento sociologico. Esse si sono ormai “ridotte” a puro spettacolo clownesco che, spesso e volentieri, può raggiungere picchi grotteschi e agghiaccianti.

Allo stesso modo, è sparita la curiosità sociologica dei telespettatori, che, quasi sempre, dimostrano una certa malignità divertita davanti agli scherzi delle Candid, ancor più quando questi giungono fino a far infuriare la vittima o a renderla disperata.

Questo perché non vi è più alcun fascino nell’osservare la persona comune sul piccolo schermo. Nessuno, in ambito televisivo, è effettivamente interessato alle reazioni della gente; la presenza di questa “gente“, quindi, deve essere giustificata tramite la creazione di situazioni estreme, paradossali e potenzialmente in grado di spingere al limite il malcapitato.

A cambiare ancor più la situazione vi è il fatto che negli “ultimi anni” la tv si è trovata a competere con internet -uscendo quasi sempre sconfitta-. Questa competizione ha fatto sì che la televisione accentuasse i particolari trash al suo interno, rendendo quindi gli scherzi delle Candid sempre più stranianti e grotteschi. Un grottesco che raramente viene riconosciuto poiché, ciò che ormai fa ridere, è il fatto che quello scherzo lo stia subendo qualcuno di diverso da me.

Contemporaneamente anche lo stesso internet ha adottato il format delle Candid Camera tramite due differenti atteggiamenti. Nel primo caso internet ha amplificato il trash, la crudeltà e l’estremismo di alcuni scherzi, spesso a causa dell’amatorialità dei suoi creatori che, alla ricerca del modo migliore per raggiungere il grande pubblico, sono in un certo senso costretti a spingersi sempre più lontano.

Di contro, però, grazie a internet, determinate Candid Camera hanno recuperato il carattere sociologico originario, mutandosi nei così detti “Esperimenti sociali“. In questo caso, però, tale carattere sociologico è stato reintrodotto a discapito della stessa comicità, andando a creare Candid “serie” che trattano argomenti spinosi, spesso di carattere politico o ideologico; spesso miranti, più che altro, a dimostrare l’ignoranza di determinate categorie di persone che, grazie ai social, possono essere fittiziamente messe sul rogo con la premessa che “io non potrei mai far come loro“.

Sia per quanto riguarda le Candid trash/crudeli che per quanto riguarda gli esperimenti sociali, possiamo ritrovare un elemento comune che torna ad unificarle. Entrambe, infatti, non mirano più a divertire o a stuzzicare la curiosità o il dibattito tra gli spettatori. No. Esse, ormai, mirano a generare una reazione in chi guarda, facendolo sentire sempre migliore del mal capitato di turno.

Nel caso delle Candid trash/crudeli ciò avviene spingendo la vittima al limite della sopportazione. Un limite che gli spettatori rifiutano, il più delle volte, di poter raggiungere a loro volta.

Nel caso degli esperimenti sociali, invece, ciò avviene mettendo in mostra l’ignoranza, l’incapacità o l’indifferenza di determinate categorie di persone. Quella stessa ignoranza, incapacità o indifferenza che gli spettatori riconoscono come qualcosa di estraneo, assurdo e incredibile ma che, non si riesce a capire come, resta sempre all’ordine del giorno.

Il commerciante

Il commerciante

F. Vallotton – La camera rossa (1898)

-Vede, quest’oggi siamo interessati a conoscere l’uomo vero, in carne ed ossa, che si cela dietro al nome di “Augusto Lupari”. Tutti conoscono il suo nome, tutti sanno chi è lei; in molti probabilmente la invidiano così come molti altri, di sicuro, la odiano; ma quasi nessuno ha avuto il privilegio di conoscere la sua storia personale. Quindi, ci dica, come nasce Augusto Lupari?-

-In famiglia eravamo cinque. Mio padre, che possedeva un piccolo localino notturno destinato al fallimento; mia madre, io e i miei due fratelli. Onestamente durerei una fatica immane nel ricercare qualche momento significativo della mia infanzia. Posso affermare candidamente di aver avuto, infatti, un’infanzia normale, per non dire mediocre. E’ come se nulla fosse accaduto nei miei primi anni di vita. Spesso mi sembra di aver vissuto quegli anni come avvolto nel cotone e nell’ovatta, incapace di sentire o percepire il mondo circostante.-

-Immagino che tutto sia cambiato con la prima pandemia.-

-Esattamente. La pandemia è stata la prima variazione significativa della mia vita. Fu come se l’universo si fosse improvvisamente ribaltato. Avevo tredici anni e il cotone e l’ovatta mi furono strappati di dosso con la massima violenza; ed ecco che fui scaraventato nel mondo.-

-Se non sbaglio la sua famiglia fu duramente colpita dalla pandemia.-

-Colpita? Diciamo pure che la mia famiglia venne letteralmente distrutta. Il primo a morire fu Piero, mio fratello. Ma non ebbi neanche il tempo di rendermene conto poiché, in pochi giorni, venne seguito da mia madre, prima, e da mio padre poi. Tre morti nel giro di qualche settimana. Tre morti che, in tutta onestà, non mi fecero soffrire quanto avrei voluto.-

-In che senso?-

-Beh, in quel periodo ci siamo tutti ritrovati a stretto contatto con la morte, giusto? Nel momento in cui morirono i miei genitori ero semplicemente anestetizzato nei confronti della morte. Non mi faceva quasi più alcun effetto e quindi ricordo che neanche piansi per la loro morte, al contrario di mio fratello Stefano, che rimase in vita insieme a me.-

-Stefano era più piccolo di lei, vero?-

-Due anni di differenza. Io ne avevo tredici, lui undici. Quando restammo soli capimmo subito di esser condannati. Onestamente eravamo convinti che, di lì a poco, saremmo morti pure noi.-

-Però ciò non avvenne, anzi, immagino sia proprio in questo momento della storia che entra in gioco la signora Lisa.-

-Corretto. Lisa era una donnetta malinconica che viveva nel nostro paese. Era divorziata ma la pandemia le aveva comunque portato via un figlio e una sorta di coinquilina che, stando a ciò che si raccontava in paese, era pure sua amante. Lisa ci prese in casa con lei trattandoci come se fossimo suoi figli; amandoci, come suoi figli. Amandoci nonostante pure lei, come me e mio fratello, stesse solo attendendo che la pandemia ponesse fine alla sua vita ormai devastata. Immagini la sorpresa quando, al termine della pandemia, ci riscoprimmo vivi. Ma mica solo noi. In quel momento il mondo intero si ricoprì vivo. Si udivano urla per la strada, gente che cantava, litigava o semplicemente passeggiava fino ai tavolini di un bar per prendere un caffè e per fumare una sigaretta. La vita era appena sbocciata di nuovo e c’inebriava con la sua rinnovata frenesia.-

-E fu proprio in questo periodo che lei cominciò a lavorare, giusto?-

-Beh sì, ma onestamente non ho molto da dire a riguardo. Si trattò semplicemente di un lavoretto stagionale. Tutto qui.-

-Fu una bella esperienza?-

-Bah, non saprei. Fu semplicemente un’esperienza, né bella né brutta ma forse solo necessaria. Non a caso scelsi di partire poco dopo la fine della stagione, quando i turisti se ne stavano tornando a casa. Anzi, si potrebbe quasi dire che scelsi di partire con i turisti, per tornare a casa con loro. Una casa che ancora non conoscevo ma che in un certo senso non avrei mai smesso di desiderare.-

-Mi racconti.-

-E’ tutto molto semplice. Quando smisi di lavorare mi resi conto che avevo bisogno di cambiar aria. Volevo vedere cosa si nascondeva fuori dai confini del mio paese. Volevo scoprire che altro c’era nella realtà. Vendetti tutto ciò che non mi sarebbe servito, salutai Lisa e mio fratello per poi andarmene verso nord.-

-Un momento tutto particolare per muoversi verso nord.-

-Ma non si può certo dire che mi andò male, vero?-

-Immagino di no. C’era già la guerra quando si mise in viaggio?-

-No, non ancora. A dir la verità l’idea della guerra non passava di mente a nessuno in quel periodo. La gente aveva voglia di tornare a vivere; nessuno si sarebbe potuto immaginare che quella travolgente voglia di vivere avrebbe rapidamente condotto alla guerra. Essa scoppiò all’improvviso. Io ero quasi giunto a destinazione quando sentii la parola “guerra” per la prima volta. E nel giro di qualche giorno cominciai a sentire altre parole ad essa legate. Parole che, a dir la verità, pensavo che non avrei mai sentito nominare, con riferimento alla realtà, in tutto il corso della mia vita. “Nemici”, “fronte”, “sfollati”, “rasa al suolo” e così via. Parole vecchie ma in un certo senso nuove, che giungevano a modificare il panorama concettuale del nostro mondo. Ma io al tempo ero un po’ troppo giovane per pormi questioni troppo complesse. Neanche m’interessava più di tanto capire a chi appartenessero gli eserciti schierati. Io volevo solo tornare a vivere, come tutti.-

-Lei sembra davvero convinto del fatto che la voglia di vivere, che tutti manifestavano a seguito della pandemia, sia stata la prima causa della guerra, mi sbaglio?-

-Non si sbaglia affatto. Non ho alcuna prova a riguardo e sarei felice di essere smentito da qualche storico o antropologo. Ma per il momento la penso proprio così. D’altronde basta soffermarsi sulla mia singola storia per rendersene conto. Dove mi condusse la voglia di vita? Proprio al fronte. Ma non come soldato, assolutamente no. Io non sono mai stato un uomo d’azione.-

-Ma come mercante di armi..-

-La mia prima occupazione remunerativa e, in un certo senso, soddisfacente. Vede? La mia stessa voglia di vita finiva per esprimersi minacciando la vita degli altri. Per vivere vendevo armi che avrebbero tolto la vita, non è curioso?-

-Ma non avrebbe potuto vendere qualche altra cosa?-

-Certo, ma con minor guadagno. La guerra brucia ogni cosa ad eccezione di ciò che le serve. A quel tempo le armi erano l’unico mercato possibile per chi avesse un minimo di fiuto per gli affari. Solo un pazzo si sarebbe tirato indietro condannandosi alla povertà e agli stenti. In situazioni di crisi solo la crisi stessa può dar di che mangiare.-

-A guerra finita fu molto criticato, se non sbaglio, per il modo in cui condusse gli affari, ha da dire qualcosa a riguardo?-

-Credo di essermi già spiegato in questo senso. Se è necessario trarre dalla crisi il sostentamento necessario alle nostre vite, allora, tanto vale farlo nel modo più remunerativo possibile. Quindi, se si vende armi in guerra, tanto vale venderle a tutti gli schieramenti presenti in campo. In fin dei conti siamo commercianti, mica soldati. Vendere a tutti coloro che lo richiedono è il modo migliore per non aver nemici.-

-Cambiando in parte discorso. Si racconta che al tempo lei ricettasse merce rubata, è vero?-

-I saccheggi, le devastazioni e lo sciacallaggio sono elementi essenziali della guerra. Essa, infatti, è prima di tutto sinonimo di redistribuzione, in qualsiasi senso: economica, demografica, politica e così via. Avevo sempre degli uomini fidati al seguito delle truppe in marcia. Uomini con il compito di pedinare le truppe allo scopo d’individuare, prima di altri, i campi di battaglia o i paesi saccheggiati e demoliti dai bombardamenti, al fine di arraffare tutto ciò che, ormai, non aveva più alcun proprietario. Io raccoglievo tutta questa refurtiva nei miei magazzini e la rivendevo a chiunque ne avesse bisogno. Qualcuno potrebbe sicuramente deprecare un simile comportamento ma io son più che sicuro che i miei clienti, i vivi, avessero bisogno di quegli oggetti ben più dei loro antichi proprietari defunti. Tutto qui. Ridistribuzione. Nel corso della guerra io fui, a pieno titolo, un agente della redistribuzione. Nulla più.-

-Qualcuno potrebbe chiamarla cinico.-

-Penso che in molti lo abbiano già fatto e in parte ammetto di esserlo. Però, ecco, vedo il cinismo come una diretta conseguenza del riconoscere il mondo come ciò che realmente è. Si è cinici proprio perché si è compreso qualcosa.-

-Capisco, ammetto di non sapere ancora se darle ragione o meno ma è comunque interessante. Che mi dice dell’arte? In tempo di guerra ricettava e vendeva anche pezzi d’arte di un certo livello. In che rapporti è con il mondo artistico?-

-Non ho alcun rapporto con il mondo artistico.-

-E le opere che d’arte che vendeva?-

-In realtà, dal mio punto di vista, non ho mai venduto opere d’arte. Io vendevo cose, beni e oggetti. L’arte è prima di tutto oggettistica ed ecco spiegato il motivo per cui la vendevo. Per il resto non m’interessa l’arte. Nella maggior parte dei casi, quando ovviamente non si trattava di merce rubata, ero io stesso a commissionare agli artisti opere che pensavo potessero vendere. Ma le mie commissioni erano sempre piuttosto pragmatiche e distanti dal concetto di arte. Chiedevo, ad esempio, opere con grandi sezioni blu scuro o quadri figurativi rappresentanti montagne, boschi e così via. Non m’importava nulla del potenziale messaggio che tali opere potevano veicolare. A me bastava che avessero un mercato potenziale. Ecco perché, nonostante tutto, non mi sono mai ritenuto un mercante d’arte. Io ho sempre fatto una sola ed unica cosa: vendere oggetti a chi aveva denaro per comprarli.-

-E poi è finita la guerra.-

-La fine della guerra fu, per me, senza alcun dubbio, un ulteriore passo verso il successo. Terminati i commerci di armi ed esauriti i bottini derivanti dai saccheggi, la mia attività poté finalmente dichiararsi completamente legale. Il boom fu immediato. Ricordo che nel giro di pochi mesi fui costretto a spedire agenti di commercio in tutto il continente. Avevo contatti con i più grandi uomini di affari del mondo mentre le fila dei miei dipendenti e collaboratori si espandevano a macchia d’olio.-

-Riguardo alle persone con cui lavorava volevo chiederle una cosa; solo una curiosità. Si racconta, infatti, che lei abbia un certo sesto senso per la scelta dei suoi collaboratori, al punto che non è mai stato costretto a licenziare nessuno. Lei crede effettivamente di possedere questo sesto senso o ritiene che il tutto sia semplicemente ascrivibile alla fortuna?-

-Mah, al tempo la mia attività si espandeva così rapidamente che neanche avevo il tempo di analizzare compiutamente le persone che assumevo. Indubbiamente, quindi, si è trattato di semplice fortuna. Devo però anche dire che, in realtà, il concetto di “scegliere la persona adatta” per un certo lavoro è quantomai impreciso e fumoso. Quando una persona accede ad un nuovo lavoro, infatti, è ridicolo attendersi che sia già in grado di svolgerlo al suo pieno potenziale. Le persone non sono mai adatte a far qualcosa, sono le situazioni e i contesti a permetter loro di svettare. Quindi, ecco, magari non possiedo un sesto senso quando si parla di scegliere le persone da assumere, ma sicuramente mi riconosco come abile nello spronarle e nel metterle in condizione di dare il meglio di loro. Questo sì.-

-Spronare le persone nel bene e nel male, giusto?-

-Purtroppo sì. So bene dove vuole arrivare.-

-Mi parli dell’affare di Tripoli.-

-C’è davvero poco da dire. Fu un brutto e isolato errore. Uno di quegli errori che al momento mi causa una profonda vergogna. Com’è giusto che sia.-

-Quindi l’unica traversata organizzata dalla sua azienda fu quella che conosciamo tutti, giusto?-

-Sì. Gli affari non andavano benissimo al tempo. Il mercato internazionale stava rallentando a ritmi vertiginosi e rischiavo di perdere quote di mercato che per anni si erano trovate stabilmente in mano mia. Per compensare le perdite decisi di tornare alle origini, muovendo qualche passo nell’illegalità. Presi dunque contatti con alcuni trafficanti di esseri umani libici. L’idea era quella di gestire il traffico di persone tra le due sponde del mediterraneo fornendo imbarcazioni più sicure e trattamenti più umani a tutti i migranti.-

-Però non andò così.-

-Ovviamente no. I trafficanti s’intascarono gran parte del denaro e la prima traversata si svolse a bordo di un gommone putrefatto. Come ben sappiamo fu una tragedia. 55 morti affogati, tra cui 16 donne e 8 bambini. Morti che ancora mi pesano sulla coscienza. Morti affogati per colpa mia, solo per colpa mia; per una gigantesca e mastodontica colpa mia. Pensai anche di abbandonar gli affari per scappare nel mio paese natale, ma poi..-

-Poi?-

-Io ero e sono un mercante. Io vendo. Tutto ciò che so fare e tutto ciò che so trarre dalla vita si situa tra l’ingresso di un magazzino e qualche banconota. Sapevo bene che se mi fossi ritirato dagli affari sarei morto il giorno dopo.-

-E sua moglie?-

-Mia moglie sapeva bene che non avrei mai abbandonato il mio lavoro. Lo accettava. Non faceva domande e non chiedeva mai nulla poiché sapeva che non sarei stato disposto a concederle niente che non fosse già previsto dal mio ruolo lavorativo.-

-E, se posso, come mai non avete avuto figli?-

-Sarebbe bello dirle che fu una scelta di entrambi. In verità, però, ho voglia di essere sincero con lei: sono sterile. Non so da quanto e non so perché, ma questa è la realtà.-

-Ciò le causa o le ha causato qualche problema?-

-Non direi, no. Anzi, lo ritengo quasi un vantaggio un vantaggio.-

-Deduco che lei, quindi, non avrebbe voluto un figlio neanche potendolo avere.-

-Esattamente.-

-Aveva molte amanti?-

-Sì e no. Ne ho avute tante, ma solo una per volta. Non sarei stato in grado di gestire troppe relazioni in contemporanea, quindi mi tenevo a freno.-

-Gira voce che le riempisse di veri e propri regali costosissimi.-

-Assolutamente sì. Senza alcun motivo particolare. Vede, il regalo costoso è una sorta di dichiarazione di proprietà. Si fanno regali costosi alle persone che, in un certo senso, rivendichiamo come nostre. Il regalo è infatti, prima di tutto, un modo per legare a sé una determinata persona e più il regalo è costoso più il legamento che si forma sarà forte e infrangibile. Solitamente era proprio quando smettevo di far regali che le mie amanti comprendevano di doversi allontanare da me.-

-Se non mi sbaglio ha pure avuto una storia con la figlia del presidente.-

-Una brevissima storia che poté contare su un tacito assenso del padre.-

-Il presidente era quindi al corrente dei vostri rapporti?-

-Certamente, così come mia moglie. Ho anche ospitato il presidente a casa mia per qualche giorno, al tempo.-

-Wow, ci può dire qualcosa a riguardo? Qualche curiosità?-

-Niente che possa raccontare senza causar problemi a qualcuno. Credo che si dovrà accontentare della sua immaginazione stavolta.-

-Capisco, nessun problema. Che mi dice della seconda pandemia?-

-Beh, che dire, fu semplicemente terrificante.-

-Sembra molto provato dal ricordo di quei giorni.-

-Lo sono. Leggere giornalmente un elenco infinito di morti tra cui spiccano clienti e conoscenti farebbe annichilire l’anima di qualsiasi essere umano.-

-Ritiene che la sua anima sia annichilita?-

-Ritengo che non ci sia più una sola anima in tutto il mondo. Nessuno può possedere un’anima dopo aver vissuto i giorni della seconda pandemia.-

-Però, lei, la superò indenne.-

-Io sì, ma non mia moglie.-

-Ha sofferto molto per la sua morte?-

-Per niente e, vede, credo che se fossi morto io mia moglie avrebbe sofferto moltissimo. Questo sarebbe stato il modo giusto di far accadere le cose. Ma invece è morta lei e a me, a momenti, neanche importa niente di averla persa. Non è giusto. Non è giusto nei suoi confronti. Non è così che il mondo dovrebbe andare. Ogni giorno, dalla mattina alla sera, penso che sia accaduto qualcosa di sbagliato. Dovevo essere io a morire e doveva esser lei a restare in vita, soffrendo e piangendo la mia mancanza. Ma così non è stato ed è come se il mondo, all’improvviso, si fosse dimostrato incapace di avere un senso.

Home 04

La seguente poesia merita, prima di tutto, una piccola presentazione. La serie di cui fa parte, chiamata “Home”, è infatti decisamente particolare e per essere apprezzata necessità che il lettore conosca il metodo con cui è stata scritta. Tutte le poesie della serie “Home”, infatti, sono scritte utilizzando Facebook. Mi spiego meglio: quando decido di scriverne una mi limito ad aprire Facebook sul cellulare e, facendo banalmente scrolling, scrivo in versi le prime tre parole di ogni post che incontro, senza curarmi della coerenza o del significato del testo in questione. Bene. L’ho detto. Almeno non mi prendete per pazzo. Buona lettura

Home

F. Stella

Vivere o morire:
concedetevi la cioccolata,
una tivvì, oddio!
Americans are concerned.
Tu sei l’
emergenza coronavirus e,
tra le spighe:
Lola Bunny…no!
Educazione OZ: microclub;
ed escono di
palazzo spada. Presenta
this map shows
Quincy Jones e
nuove puntate del
libello al giorno.
Hi guys #HarleyQuinn
describes how new
un buon libro:
“Texas now meets
-this is not-
piazza della signoria
on estetica.it.
Grazie per avermi
studiato, od anche
i 1000 quadri.
#Welcometonotredame.
Trovati greci che
#Pierodellafrancesca, questa domenica
si fermò lì.
1891 – Galleria Nazionale:
è gente che
Mauro Berruto ha
la notte nella
visita i bambini,
in New York:
“Is a great
arte, natura, rispetto;
ti protegga da
quarantena. E questo:
oggi caghi fuori
contro il governo.
La nuova realtà:
DA PISA BUONGIORNO.
Howard Phillips Lovercraft:
-Giorno…tutto bene?-
15 marzo 2020:
ma ve lo
maestoso banano
“andrà tutto bene”,
oltre 1100, la
desiderate che qualcuno,
al tempo di
Giuliano Cardellini, strade
degli spermatozoi nel
1501. Madonna dei..
La cattedrale delle
italiane all’estero,
a letto, 1914.

AA 011

AA 011

K. Hokusai – Cascata a Yoshino

Frammenti, la stanza si
rammenda tra le porte
spalancate; ancora e
dico ancora un pullulante
spazio di desolazione, no,
o forse ancora no, ché
niente è trascinato a
riva dalla notte.

Come Hesse mi ha insegnato a odiare il romanzo iniziatico contemporaneo

Demian

P. Klee – Paesaggio con uccelli gialli (1923)

Nell’articolo in cui ho parlato de “Il cammino di Santiago” di Paulo Coelho ho espresso molto rapidamente tutto l’odio che provo nei confronti di ciò che ho definito come “romanzo iniziatico“. Con questo termine intendevo riferirmi a tutte quelle opere letterarie, spesso infarcite di spiritualità spicciola, in cui la storia narrata diviene un semplice pretesto per descrivere il determinato percorso interiore di un individuo, dal letame puzzolente della mediocrità fino alle più alte vette della presa di coscienza, nei confronti di se stessi e del mondo circostante.

Obiettivo primo di queste opere è quello di agire sulla vita del lettore, fornendogli dritte, massime e consigli per affrontare al meglio la vita contemporanea.

Ma per quale motivo odio così tanto questo genere di narrazioni? Beh, ritengo che questa domanda possa trovar risposta solo intraprendendo un breve viaggio all’interno della mia storia personale di lettore che, più di una volta, si è trovato faccia a faccia col sopracitato romanzo iniziatico.

Per prima cosa è bene tracciare una sorta di parallelismo imperfetto, utile a comprendere da dove sbuchi fuori, nella nostra letteratura contemporanea, tale tipologia di romanzo. Il romanzo iniziatico è, né più né meno, un’immediata evoluzione alternativa di ciò che, nel corso del 1800 e del 1900, prendeva il nome di “Romanzo di formazione“.

Non a caso il mio primo incontro col romanzo iniziatico è avvenuto tramite la lettura di Hermann Hesse; probabilmente lo scrittore che, più di ogni altro, ha fatto del romanzo di formazione il suo ambito operativo privilegiato: Siddharta, Il giuoco delle perle di vetro, Narciso e Boccadoro, Demian e altre opere simili sono, infatti, al 100%, veri e propri romanzi di formazione in grande stile.

All’interno delle loro pagine, però, si ritrova anche qualcosa che rende i lavori di Hesse ben diversi da quelli dei suoi predecessori o successori. Se di norma i romanzi di formazione si concentrano sullo sviluppo sentimentale, psicologico e umano dei protagonisti, in Hermann Hesse tutti questi elementi vengono sottomessi allo sviluppo spirituale, vero punto cardine di ogni sua opera.

Per certi versi, quindi, sarebbe assolutamente possibile riconoscere Hesse come capostipite, di tutto rispetto, del contemporaneo romanzo iniziatico. Per comprenderlo è sufficiente prendere in esame l’opera che, quando ero molto più giovane, ebbe il potere di colpirmi oltre ogni limite: Demian.

In Demian infatti ritroviamo tutti gli elementi che attualmente costituiscono il romanzo iniziatico: si parla di un giovane, un ragazzo, tale Emil Sinclair, che comincia, fin da giovanissimo, a scontrarsi con la difficoltà nel comprendere il mondo circostante. Ad Emil si associa fin da subito, inoltre, il così detto “maestro“, ovvero Demian: un ragazzo suo coetaneo, incredibilmente intelligente, brillante, sempre un passo avanti e sempre pronto a dispensare consigli dall’aria enigmatica, che obbligheranno il giovane Emil a costanti sforzi interpretativi e meditativi.

I consigli e le dritte di Demian, inoltre, saranno caratterizzate dalla così detta “pretesa di universalità“. Non si tratta dunque di consigli confezionati per il singolo Emil, no. Sono consigli che pretendono di possedere una validità assoluta, in ogni situazione e condizione, in quanto non attinenti alla sfera emotiva o personale dell’individuo, bensì a quella spirituale comune a tutti gli uomini.

La storia si svolge dunque tra alti e bassi costanti. Tra elevazioni spirituali del giovane Emil e violente ricadute spesso in chiave depressiva. Ecco. Demian è il perfetto emblema del romanzo iniziatico contemporaneo. Il fatto è che, vedete, a tale opera non si può muovere davvero alcuna critica; o quanto meno non è possibile criticarla alla stessa maniera in cui criticherei qualsiasi altro romanzo iniziatico.

In Demian, infatti, i rapporti tra i personaggi, l’approfondimento psicologico degli individui e persino la complessità delle situazioni, sfuggono a quella maledizione di costante banalità e appiattimento che spesso caratterizza i romanzi simili. Al punto che viene meno la pecca più grande dei romanzi iniziatici: il senso unico.

In tali romanzi, infatti, nonostante le varie ricadute del protagonista, risulta ovvio fin dalle prime pagine che tale individuo, prima o poi, tramite i consigli del maestro, riuscirà ad ergersi vincitore davanti a tutto l’universo del reale. In Demian tutto questo non succede. Anzi, ogni situazione sembra sospingere il povero Emil sempre più vicino alla disfatta umana che alla fine, in un certo senso, si dimostrerà inevitabile: sia Emil che Demian, infatti, finiranno per morire tra le trincee della prima guerra mondiale. Capite l’ironia di fondo? “Complimenti giovane Emil, sei cresciuto, ti sei sviluppato, hai capito come gira il mondo, ma non puoi fermare i colpi di mortaio“. Il romanzo iniziatico si chiude con il termine di qualsiasi evoluzione futura. Emil nasce a inizio romanzo e muore al suo termine. Non importa più il suo evolversi, importa solo il fatto che egli muore come ciò che è, con o senza uno sviluppo spirituale al suo interno.

La realtà della guerra riconduce ogni sviluppo spirituale a ciò che effettivamente è: un qualcosa in più che non potrà mai ergersi a scudo completo nei confronti del reale in cui ci troviamo a vivere costantemente.

Questo è ciò che manca ai romanzi iniziatici contemporanei e che Hesse, invece, si è dimostrato in grado di cogliere all’interno di Demian. La realtà è un universo ben più complesso e spaventoso. Un universo che sarebbe pronto ad annichilire qualsiasi rapporto maestro-allievo lanciato sulla via dell’illuminazione.

Non esistono storie a senso unico nel mondo reale e, quando esistono, possono in ogni caso terminare in maniera del tutto inaspettata. La morte, la malattia e l’abbandono sono sempre qui, accanto a noi. E mentre il romanzo iniziatico contemporaneo c’insegna ad allontanarle fino al punto di rischiare di scordarle per intero, Demian ci mostra come ogni nostro sforzo spirituale può, in ogni caso, esser reso vano dal capriccio legittimo di una realtà che, con o senza la nostra elevazione spirituale, continuerà ad esser sempre ciò che è.

La cassetta dei liquori

Cassetta dei liquori

H. Hoch – Cut with the kitchen knife

-Allora? Ti abbiamo fatto una domanda.- Sette uomini, armati dalla testa ai piedi, mi squadrano ghignando. Uno di loro mi tiene sotto tiro e dal suo sguardo comprendo che proverebbe un piacere immenso nel premere il grilletto. Siamo le uniche forme di vita in questa campagna rovente. Io e loro. Il resto sbiadisce nel calore di questa estate di merda e nel tanfo di morte e povertà che la guerra si è inevitabilmente tirata dietro.

-Mi chiamo Pietro Abbunzio. Sono solo un semplice commerciante. Vendo ciò che posso spostandomi tra i paesi della valle. Tutto qui.- Ai miei piedi si trova la cassetta di legno in cui ho inserito i miei prodotti. Il militare che mi punta il fucile alla testa lancia uno sguardo fulmineo a uno dei suoi compagni che prontamente si avvicina per controllarne il contenuto.

-Mica male.- Sbotta dopo averla aperta.

-Che roba è?-

-Liquori. Liquori fatti in casa. Sette bottiglie di liquori fatti in casa. Alla menta, al mirto e all’arancia.-

-Perché non vi prendete una bottiglia in omaggio? Offro io.- Scoppiano tutti a ridere, poi tornano a guardarmi. Nei loro occhi vedo solo un profondissimo odio.

-Non hai alcun diritto di offrirci queste bottiglie. Neanche ti appartengono. Sono già nostre, tutte quante.- Sapevo che sarebbe finita così, ma devo almeno fare un tentativo per salvare il salvabile.

-Avete ragione. Sicuro. Sono già tutte vostre. Sono sempre state vostre. Però. Ecco. Così mi rovinate, davvero. Non è che potreste regalarmene una o due? Come semplice atto di gentilezza nei confronti di un bisognoso. Lo apprezzerei moltissimo.-

-Ma certamente.- Il tizio che prima mi puntava col suo fucile si avvicina sorridente, poggiandomi una mano sulla spalla. Pessimo segno. -Prendi pure tutte le bottiglie che vuoi. Anzi, prendi anche due dei miei uomini, possono darti una mano negli affari. E prendi anche il mio coltello, consideralo un omaggio da parte m..- Mi pianta il calcio del fucile dritto alla bocca dello stomaco prima ancora di terminare la frase. -Pezzo di merda credi di poter trattare con noi?- Crollo sulle ginocchia che strusciano dolorosamente sui sassi appuntiti della stradina di campagna. -Devi limitarti a stare zitto, tanto già sai che farai una brutta fine no?- Mi punta l’arma alla testa, è pronto per far fuoco. Il tempo si ferma per qualche secondo. Ecco lo sparo che sembra giungere da lontano. Non sento dolore. Non sento niente. Non capisco. Poi vedo l’uomo cadere a terra con la testa fracassata da un proiettile.

-Tutti a terra. Ci attaccano. A terra.- Gli altri soldati si sdraiano tra le sterpaglie mentre io resto in ginocchio come un coglione, ad osservare una decina di militari che, a circa cento metri di distanza, cominciano a lanciare raffiche di mitra nella nostra direzione. Capisco cosa sta succedendo solo quando un proiettile rimbalza a pochi centimetri dalla mia gamba. Mi butto a terra pure io, mentre i soldati che mi circondano cominciano a rispondere al fuoco. Sta iniziando una battaglia. Merda.

Strusciando tra la polvere mi allontano di qualche metro e riesco a trovar riparo dietro a un vecchio tronco. Potrei scappare, anzi, dovrei scappare ma non posso abbandonare la mia roba. E’ tutto ciò che ho. E’ tutto ciò che può permettermi di guadagnare qualche soldo. Nascosto dietro al tronco osservo la battaglia. I due piccoli schieramenti sparano all’impazzata. Inizialmente neanche si colpiscono, anzi, sembra proprio che si stiano mancando per esplicito volere. Dopo qualche attimo, però, i colpi cominciano ad andare a segno, da un lato e dall’altro.

-Sono troppi, riparatevi dietro l’albero.- Uno di loro si alza in piedi e corre verso di me ma viene subito freddato da un colpo alla testa.

-C’è un cecchino appostato sul salice!-

-Dove?-

-Ore undici, a circa duecento metri da noi.-

-Merda siamo in trappola. Marco. Marco!-

-Ci sono.-

-Ti forniremo tutta la copertura possibile, tu corri più forte che puoi, devi avvisare il qg. Sei pronto?-

-Quando vuole.-

-Bene. Sapete tutti cosa fare. Al mio tre. Uno. Due. Tre.- I soldati sbucano dall’erba alta sparando all’impazzata per tenere impegnati gli avversari. Il cecchino appostato sul salice colpisce due di loro nel giro di qualche attimo. Marco intanto, pallido come un fantasma, raccatta il suo zaino e comincia a correre. Poi torna indietro, si china, raccata la mia cassetta contenente i liquori e riprende a correre, mentre alcuni proiettili sfiorano le sue gambe per conficcarsi nel terreno, sollevando nuvolette di polvere e piccoli frammenti di sassi.

Merda. Devo recuperare quella cassetta. Devo inseguirlo. Mi guardo intorno. Dietro di me il terreno declina verso il fondo valle con una pendenza tutt’altro che agevole. Basterebbe un movimento sbagliato per farmi rotolare tra le pietre appuntite. Ma è sempre meglio spaccarsi la testa sulle pietre che farsela spaccare da un proiettile. Mi lascio scivolare per qualche metro; quanto basta ad essere invisibile agli occhi dei combattenti. Riesco a poggiare i piedi su pochi centimetri di terreno in cui il dirupo sembra attenuarsi. Prendo una boccata d’aria e comincio a correre a quattro zampe, aggrappandomi a rami, fili d’erba secca e pietre aguzze che sporgono dal terreno come denti di giganti.

Corro fino a quando il suono della battaglia è ormai distante da me. Poi risalgo per qualche metro la parete scoscesa fino a raggiungere il sentiero. Quello stesso sentiero imboccato da Marco, il soldato in fuga con i miei cazzo di liquori. Davanti a me si stagliano le poche case di Montebulio. Un borghetto medievale popolato da meno di cento abitanti. Probabilmente anche Marco si sta dirigendo lì. Comincio quindi a correre nuovamente, apprezzando il privilegio di poterlo fare su di un sentiero e non più tra le rocce e i rami della parete scoscesa.

In una decina di minuti raggiungo le prime case antiche di Montebulio ma son subito costretto a fermarmi a causa di alcuni rumori che mi fanno preoccupare. Sento gente che urla, inveisce, lancia offese a non so chi.

Appiattendomi contro i muri delle case tento di avvicinarmi lentamente all’origine di quel baccano e, all’improvviso, girato un angolo, noto con lo sguardo un folto gruppo di persone che si stringe sempre più attorno all’uomo che stavo cercando: Marco.

-State indietro o sparo!- Urla vittima del panico. -Indietro.-

-Sparaci allora. Non puoi mica ucciderci tutti. Ma noi possiamo uccidere te. Nel nostro paese non vi vogliamo. Non vogliamo la guerra e non vogliamo voi, soldati del cazzo. Dico bene?- La folla urla. -Quando siete in tanti potete far la parte del leone. Arrivate, ci togliete il nostro cibo, pretendete le nostre figlie, ci scacciate dai nostri letti per avere un posto dove dormire. E noi siamo semplicemente troppo deboli per opporci. Ma quando siete soli. Quando siete soli siede deboli come noi, con o senza le armi.-

-State indietro.- La voce di Marco è stridula e spaventata.

-Quando siete soli.- Continua l’uomo, senza neanche considerare la voce del soldato. -Siete semplicemente pronti per far la fine che vi meritate.- La massa di uomini si stringe attorno al soldato, poi scoppia una risata collettiva. -Guardatelo. E’ così spaventato che se l’è fatto addosso. Hey. Avete sentito quanto cazzo puzza il piscio di questo soldatino? Puzza di piscio di cane. Perché questo è. E’ semplicemente un cane.- Il rombo di uno sparo silenzia le parole dell’uomo. Qualcuno cade a terra. La folla comincia a urlare e a scagliarsi contro il soldato. Seguono altri due spari. Altri due morti. Poi non si ode più niente. Solo le urla. Come locuste impazzite i contadini si avventano su Marco. Lo schiacciano contro il muro. Lo scaraventano a terra e cominciano a trascinarlo verso il centro cittadino. -Qualcuno cerchi una fune. Questo stronzo lo impicchiamo oggi stesso.- La folla urla di nuovo, carica di gioia, rabbia ed eccitazione.

Quando la massa di gente si è ormai allontanata, per organizzare la macabra esecuzione, scorgo i tre cadaveri di contadini uccisi dalle pallottole del soldato. Ma scorgo anche, vicino a loro, la mia cassetta di legno. Mi avvicino lentamente, non ho la minima idea di come potrei essere accolto dai paesani, dunque mi assicuro di non essere visto. Raccatto la cassetta e ne controllo il contenuto. C’è tutto. Sono salvo. Posso ancora guadagnarmi da vivere.

Comincio subito ad allontanarmi dal borgo ma le urla dei contadini risuonano per tutta la vallata. Sono come canti demoniaci che tuonano dalle profondità infernali. Mi fanno paura ma, cosa ancora più assurda, m’intristiscono. Senza indagare troppo sulle mie sensazioni mi rendo conto che ciò che stanno facendo a Marco è qualcosa di crudele e inumano. Crudele e inumano come ciò che i soldati avrebbero fatto a me se non fosse scoppiata la battaglia. Crudele come ciò che stanno subendo quegli stessi soldati, destinati a combattere uno scontro senza via d’uscita lungo il sentiero che ho percorso per giungere al villaggio. Sono triste. Sono triste per Marco. Sono triste per quei contadini che si stanno piegando, inevitabilmente, alla crudeltà del momento. Sono triste anche per il cecchino appostato sul salice, che in poco meno di cinque minuti ha strappato tre vite umane dal loro involucro di carne ed ossa. Sono triste e mi dispiace. Abbandono il sentiero raggiungendo il punto in cui la collina si muta in una scarpata rocciosa invalicabile. Osservo la valle e il corso di un fiume in lontananza. Improvvisamente quel panorama mi disgusta. Poggio la cassetta a terra. La apro. Prendo una bottiglia di liquore alla menta e ne traggo una lunga sorsata. Richiudo la bottiglia e la rimetto al suo posto. Poi tiro una leggera spinta alla cassetta e la osservo mentre rotola lungo la scarpata; mentre le bottiglie si sparpagliano e si fracassano tra le rocce. Ora sono disperato pure io. Come tutte le persone incontrate quest’oggi. Ora posso capirle. Ora posso uccidere.