L’angelo che picchiò Gandhi

Ghandi

P. Gauguin – Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897)

Bada li come luccicano. Splendono e sfavillano. Hanno ali di soffice gommapiuma; prima eran fatte di vere piume d’oca ma poi un’ordinanza divina ha optato per i materiali sintetici. Hanno riccioli biondi e occhi azzurri, al punto che basterebbe una svastica tatuata sul braccio per renderli dei perfetti Nazisti. I quattro angeli, bracci destri di Dio, siedono davanti al pesante tavolone in legno scuro del Pub-radiso. Uriele, il detentore della scienza e dell’alchimia; Michele con la sua spada di fuoco; Raffaele con lo stetoscopio ancora arrotolato attorno al collo; e Giorgio, di cui si racconta che una volta, in paradiso, picchiò Gandhi a mani nude.

-Daje Uriele, mo devi raccontarcela tutta la storia, sennò ci lasci con la curiosità.-

-Dai regà, la sapete a memoria ormai.-

-Eh no. Eh no. Io e Raffaele la sappiamo a memoria. Giorgio non l’ha mica mai sentita, daje su.-

-Allora, Giorgio, hai presente quando parecchi anni fa Dio ha deciso di dare quella grossa festa in mio onore? Ecco, in poche parole fui premiato per aver donato all’uomo l’alchimia.-

-Non mi ricordo.-

-E no che non ti ricordi, se te lo ricordassi mica starei qui a raccontarti di nuovo la faccenda. Minchia oh, fammi finire. Dunque. Oh. Ecco. Sì. In realtà io non ho mica fatto un bel niente. Cioè, figurati se ora, di punto in bianco, prendo la mia alchimia e la vado a regalare all’uomo. Come se un marziano potesse di botto andare al limite dell’universo per regalare un pallottoliere ad una nebulosa. Io però avevo un piano, un progetto. Volevo lanciar sulla terra la più grande puzza bomba della storia.-

-Ma che è una puzza bomba?-

-Stai bono Giorgio, ora spiego, te beviti il tuo birrino e ascolta. Dunque, una puzza bomba è una sorta di evento galattico. Una di quelle azioni universali che coinvolgono tutti i maggiori esponenti delle gerarchie celesti. Si tratta di un simposio tra menti eccelse che s’incontrano al fine di decidere l’orientamento da dare all’universo negli anni futuri.-

-Se, vabbé, ascolta Giorgio, senti me, Michele tuo ti spiega tutto, una puzza bomba è una fialetta dove tutti gli angeli petano a turno per poi farla cadere sulla terra, così, per sfizio, giusto per veder che succede. Per farti capire, come pensi si siano estinti i dinosauri? E’ stata una puzza bomba, la più grande mai realizzata. In questo caso però, quando c’ha provato Uriele, la fialetta non si è spaccata al contatto con la terra, un uomo l’ha raccolta, ha iniziato a studiarla e pam, di colpo, è venuta fuori la scienza e l’alchimia.-

-Miché, però potevi farla raccontare a me; è la mia storia. Te poi sei l’unico che non ha petato in quella fiala, dovresti quindi star zitto e ascoltare. Tutti in fila per petare nella fialetta e te nemmeno ti sei fatto vedere, eh no, eri troppo impegnato, ti era presa la fissa tua, quella di accender le luci.-

-To, è vero.- Anche Raffaele si ricorda. -Ma che cazzo t’era preso? Giravi per il paradiso con fare innocente, attendevi che la gente uscisse di casa e zac, a quel punto facevi irruzione, accendevi tutte le luci e te la filavi.-

-Io sono la luce di dio, è mio compito garantire una costante illuminazione del regno dei cieli. Quindi non state troppo a sfottere, mi limitavo solo ad accontentare il big boss. Poi però è finita la pacchia.-

-Già, ora non lo fai più, come mai hai smesso?-

-Perché sono arrivati tutti gli accordi sul clima e altre cazzate varie. Basta luci, niente più sprechi. E’ per questo motivo che ho questa spada.-

-Cazzo c’entra la spada.-

-Eccome se centra, Uriele. Quando Dio mi ha comunicato che non potevo più andare in giro a far quel che mi pareva, accendendo luci a destra e a manca, mi ha regalato questa spada di fuoco, che illumina pur senza danneggiare l’ambiente.-

-Ricordi di quando ti sei bruciato mezzo braccio per colpa di quella spada? Ti ho rimesso in sesto io.-

-Eh no Raffale, questa me la ricordo, tu non hai fatto proprio un cazzo.-

-Daje racconta.-

-Ascolta bene Uriele, ascolta quanto è stronzo il nostro amico dottorino. Allora, per un piccolo errore di calcolo nel maneggiare la spada mi ero bruciato mezzo braccio. Tutto fiducioso vado quindi da Raffaele, chiedendogli di visitarmi. E cosa mi risponde lui? Mi risponde che la prima data utile per una visita sarebbe stata tra settantasette anni. Cioè, rendetevi conto, un amico ti chiede aiuto e te gli dici di attendere mezzo secolo.-

-Guarda pallette, che son l’unico medico pubblico in paradiso, non è così facile tener sotto controllo la salute di tutta ‘sta gente.-

-Ho capito, ma per un amico.-

-Eh, Michele ha ragione. Per un amico un buchetto lo si trova sempre. E quindi? Ti sei tenuto l’ustione?-

-No, macché, sono andato da un privato. Un certo dottor Morwsky, un ebreo russo, maciullato durante un pogrom. Oh, era senza un braccio, con un occhio mencio e pure mezzo sordo ma mi ha rimesso in sesto in meno di una settimana.-

-Ma io che cazzo facevo mentre succedevano tutte queste cose?-

-Caro Giorgio, parliamoci chiaro, quanto tempo sei stato chiuso in casa?-

-A quanto pare troppo. Ma vedi, i videogiochi che inventano sulla terra sono una figata. Dio mi aveva concesso di visionare gli archivi video-ludici terrestri e lì, tra un gioco e l’altro, ho finito per perdermici.-

-Fino all’ordinanza.-

-Sì, fino all’ordinanza.-

-Che poi, ora che ci penso, sbaglio o fu colpa del tuo gatto?-

-Sì, fu colpa del mio gatto. Quello stronzetto decise di mordermi mentre giocavo a World of Warcraft, Dio se ne accorse e decise di bandire i videogiochi dal paradiso poiché potevano rendere violenti gli animali domestici. Io boh, quel giorno m’incazzai come una iena. Per la prima volta scattai fuori casa, dopo circa dieci anni di reclusione. Insomma, infuriato, incazzato nero, esco di casa e chi mi trovo davanti? Uno straccione magro magro, pelato, seduto a gambe incrociate, nel mio giardino, che medita. Io mica lo sapevo che quello lì era Gandhi. Mai sentito nominare Gandhi. Però, porca puttana, siamo in paradiso, ogni persona ha una casa con piscina e giardino, e quel tizio deve mettersi a meditare proprio davanti casa mia, proprio il giorno dell’ordinanza. Eh no, eh no bello mio, non mi prendi per il culo a questa maniera.-

-Quindi l’hai picchiato.-

-Sì che l’ho picchiato, ma che cazzo, l’ho steso con due o tre pedate in testa e via, son rientrato in casa.- La porta del Pub-radiso si spalanca di colpo, un angelo sporge la sua testa verso i quattro amici.

-Oh, regà, siamo tutti in piazza, si fa una nuova puzza bomba per la terra!-

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Il bene della nazione

Bene della nazione

Mario Sironi

-Mi dica, Turelli, se lo ricorda il nostro ultimo incontro?- Separati da un basso tavolino di cristallo si fronteggiano due uomini eleganti, invecchiati dallo stress e dalle ansie comuni. -Beve un po’ di vino vero?- Senza attendere risposta il primo uomo colma due calici in vetro colorato.

-Certo che bevo.- Turelli prende una lunga sorsata. -E comunque, Mancini, devo ringraziarla.-

-Non mi deve proprio nulla. Si tratta solo di un segno di civiltà, giusto? Ma davvero, voglio saperlo, se lo ricorda il nostro ultimo incontro?-

-Più che un incontro lo definirei un evento storico. Un evento storico mancato e fallimentare. Lo ricordo benissimo. Eravamo pieni di buone intenzioni. Io lo ero di sicuro e credo di poter dire lo stesso di lei.-

-Eravamo a casa sua, vero? Con la stampa appostata fuori dalla porta, immobile, ad origliare. Abbiamo passato anni ad affrontarci in politica. Ci siamo urlati le peggiori offese. Ci siamo anche odiati. No, via, non faccia quell’espressione, anche lei mi ha odiato. Io, di sicuro, l’ho odiata con tutto il cuore. Eppure, all’improvviso, abbiamo compreso che dovevamo vederci, dovevamo parlarci e dovevamo appianare le nostre divergenze in favore di un’ideale così indefinito e fumoso. La governabilità. Fa quasi ridere adesso. Ormai abbiamo capito entrambi che la nostra idea di governabilità era, né più né meno, un sinonimo d’immobilismo.-

-E l’immobilismo uccide lo squalo. Lo fa affogare tra le alghe e il fango. Eppure, Mancini, alcune volte ci penso e son quasi dispiaciuto.-

-Credo che il suo dispiacere sia una sorta di debolezza. Non potevamo fingere di pensarla allo stesso modo, non potevamo rinunciare alla nostra identità. Quel giorno c’incontrammo con buonissime intenzioni, vero, ma finimmo per parlar di niente.-

-Era chiaro; ovvio. Non potevamo andare d’accordo. Non in politica almeno. Ricordi che gli ultimi minuti siamo rimasti zitti come pesci? Siamo restati immobili, fermi, a contare i minuti. Se fossimo usciti troppo presto da quella stanza, allora, la stampa avrebbe compreso il nostro fallimento. Un fallimento che non volevamo ammettere in alcun modo.-

-I due rivali restano due rivali. Questo sarebbe stato il titolo esposto da moltissimi giornali. Nessuna vera notizia, solo la constatazione delle nostre incolmabili divergenze. Sarebbe stato imperdonabile. Decidemmo, semplicemente, di lasciar fluttuare ancora per qualche giorno la speranza e, a dirla tutta, ammetto che lo rifarei ancora.- Lo sguardo di Mancini muta improvvisamente. Sorride leccando dai baffi qualche goccia di vino. -E poi avete vinto voi. La storia ha deciso. Il popolo ha scelto. Alle elezioni sono stato stracciato.-

-Non è stato stracciato ma solo battuto. Vede, chi vince sa sempre di aver vinto per un soffio. Chi perde, invece, finisce sempre per vedere abissi incolmabili davanti a sé.-

-Beh, ammesso che lei abbia ragione, posso dire di aver toccato con mano quell’abisso illusorio.-

-Ricordo che girarono un mucchio di voci a riguardo ma, onestamente, scelsi d’ignorarle tutte. Forse, come ha detto lei, qualche volta mi è capitato di odiarla, ma il rispetto che si prova per un degno avversario non scompare mai. Nemmeno davanti all’odio-

-La ringrazio. Vede, dopo la sconfitta mi son sentito una nullità. Ho semplicemente toccato il fondo. Lì sono iniziati gli scandali. Foto di me che vado a puttane. Foto di me che pippo la bamba. A proposito, ne vuole?- Senza attendere risposta, o meglio, conoscendola già, Mancini stende due righe di polvere bianca. -A me, però, non importava più niente. In culo gli scandali, in culo la morale, avevo perso e volevo comportarmi da perdente.-

-E poi scommetto che ha scoperto che pure al suo elettorato non importava niente di tutto ciò.-

-Esatto. Anzi, più cazzate facevo e più loro mi riconoscevano come simile. Le accuse e gli scandali, inoltre, hanno vita breve.- Con un colpo di naso tira su la sua riga di bamba. -Tornando a lei, però, mi vien quasi da dire che mentre gli scandali hanno vita breve, la fame di potere è quasi immortale, vero?-

-Quegli stronzi. Non mi hanno neanche dato il tempo di salire al governo e già avevano in mente un piano per farmi fuori.-

-Vede, forse lei ha ragione che tra rivali vi è sempre una sorta di rispetto. Tra amici e compagni, però, il rispetto non è mai un elemento davvero fondamentale.-

-Ha ragione, sì. Dopo appena una settimana mi hanno sbattuto fuori dal partito e dal governo e, al mio posto, hanno messo quel cazzone di Rodeghi. Io Rodeghi l’ho preso a pugni dalle scuole medie fino al termine delle superiori. Gli rubavo i soldi dallo zaino. E lui sempre zitto zitto, a starmi dietro, con quella faccia da schiaffi che si ritrova.-

-Rodeghi non lo considero neanche mio rivale, se le fa bene saperlo.- Turelli socchiude gli occhi e annuisce soddisfatto. -Mi ricorda uno dei miei. Malzosi. Un cazzone senza cervello. Il suo ruolo principale è quello di organizzare i buffet durante le riunioni di partito.-

-Pure Rodeghi organizzava i buffet. E guardi cosa cazzo è stato in grado di fare.-

-Però, se non ricordo male, lei provò subito a risollevarsi, vero? Fondò un partitino tutto suo. Piccolo piccolo, per carità, non le nego che, a mio parere, non avrebbe ottenuto nulla con quello sputo di partito.-

-Infatti decisi di scioglierlo subito dopo. Con la mia carriera politica e con la mia esperienza figuriamoci se mi metto a comandare dieci straccioni incapaci di superare anche la più misera delle soglie di sbarramento.-

-Ha fatto bene. Un atto di onestà intellettuale e di amor proprio. Quindi è per questo che ha salutato la politica, giusto?-

-O si fa politica da fuoriclasse o è preferibile lavare i cessi con la lingua. Suppongo che anche lei la pensi così Mancini. Ecco perché mi son ritirato dalla politica.-

-Alla fine, però, Rodeghi si è rivelato effettivamente un cazzone.-

-Un cazzone pericoloso. Ha portato il paese sull’orlo della bancarotta. E vuol sapere perché? Perché era sempre lo stesso scemo delle scuole medie. Prendeva schiaffi da chiunque ed era incapace di dire di no. Ecco. Lui è ancora così.-

-Ed ecco quindi che Rodeghi porta alla crisi di governo, nonché alla crisi nazionale. E tutti cominciano a rivolerla al potere.-

-Il giorno dopo la crisi di governo mi son ritrovato uno stuolo di dementi fuori dalla porta di casa. Giornalisti, persone comuni, politici e forze dell’ordine. Volevano convincermi a formare una nuova maggioranza.-

-Ma lei fu inamovibile vero?-

-Sì, fanculo. Ne avevo abbastanza della volubilità popolare, dei giochi di partito e delle puttanate elettorali. Rodeghi aveva fatto il casino. Bene. Che Rodeghi sistemasse le cose allora o che pagasse con la propria testa.-

-La folla non la prese bene però, i giornali scrissero che lei scampò di poco al linciaggio.-

-Io sì, per fortuna, due giornalisti mi caricarono in macchina e riuscimmo a scappare alla folla. Tuttavia saccheggiarono la mia casa. Rubarono di tutto e appiccarono il fuoco.-

-Ciò che non capisco, Turelli, è questo: come mai chiese a quei due giornalisti di essere portato qui?-

-Io e lei, Mancini, siamo i migliori politici di questa schifosa nazione. Siamo una razza rara. Ho dunque pensato che, in casi come questo, ci saremmo protetti a vicenda.-

-La ringrazio per la fiducia. Vede, se avessi vinto io quelle elezioni, forse, tutto ciò sarebbe successo a me. Ho dunque ritenuto saggio aiutarla e proteggerla. Però, vede, ieri ho anche pensato un’altra cosa che voglio proprio raccontarle. Il popolo vuole la sua testa Turelli, la vuole ad ogni costo. Pensi allo scandalo che verrebbe fuori se si scoprisse che io, il suo acerrimo rivale, la tengo nascosto in casa mia.-

-Non ho intenzione di sottoporla a questo rischio. Se dovesse ritenerlo opportuno me ne andrei senza problemi.-

-Lo so, lo so. Ovviamente. Ma, vede, ho anche pensato un’altra cosa. Pensi all’onore e alla gloria che il popolo sarebbe disposto a riconoscere a chi si dimostrasse in grado di catturarla. Ci pensi.-

-Cosa intende dire?-

-Vede, come abbiamo detto, gli scandali hanno vita molto breve. Sa però quale scandalo sembra protrarsi avanti in eterno, senza mai morire?-

-Quale?-

-Le accuse di pedofilia. Esse son probabilmente l’accusa più grave che possa esser mossa verso un uomo comune. Persino gli assassini odiano i pedofili. Persino i mafiosi-

-Lo credo bene, la pedofilia è semplicemente disgustosa.-

-Non crede che sia un po’ tardi per dirlo?-

-Non capisco.-

-La ragazza che le ho mandato in camera ieri sera, Turelli, era mia figlia. Ha diciassette anni e una voglia infinita di compiacere i disegni del padre.- Turelli spalanca gli occhi. Ingurgita rapidamente del vino.

-Mancini, sua figlia è già andata a denunciarmi, non è così?-

-Ma si figuri, la denuncia è simile alla calunnia e due rivali che si rispettano sanno bene quanto squallide siano le calunnie. Come forma di rispetto nei suoi confronti ho scelto di non attentare al suo onore e alla sua dignità. Mia figlia, si è solo limitata ad andare in qualche locale, raccontando alla gente l’accaduto. Perché è vero, la calunnia non è rispettosa, il linciaggio, però, è una faccenda eroica. Adesso uscirò di casa, andrò a fare una bella passeggiata sulla spiaggia e quando tornerò la folla di persone avrà già raso al suolo tutto, lei compreso. E quando la legge tuonerà contro i barbari incivili che l’hanno massacrata, com’è giusto che sia, io dovrò solo prender le loro difese, coccolandoli e spiegando loro, che hanno fatto il bene della nazione.

No, non meritiamo l’estinzione

Estinzione

J.M. Basquiat – Mind Energy (1985)

Non meritiamo l’estinzione. Non meritiamo l’estinzione a causa della nostra simpatica tendenza inquinante-autodistruttiva. Non meritiamo l’estinzione per le guerre, la violenza, la fame o la povertà.

E’ una frase che prima o poi affiora sulla bocca di tutti: “meritiamo l’estinzione“. Ormai è un tormentone ricorrente. Per molti una vera e propria convinzione che nasconde, però, tutta la superbia e la spregiudicatezza che si vanta di rinfacciare all’essere umano.

Procediamo con logica. Ad affermare che “meritiamo l’estinzione“, prima di tutto, è sempre un essere umano. Un essere umano che per rendersi in grado di formulare un giudizio simile deve, per prima cosa, compiere alcuni passi concettuali assolutamente necessari. Per giudicare qualcosa infatti, in particolare quando il giudizio formulato si configura come una condanna, è prima di tutto necessario chiamarsi fuori dal gruppo o dal contesto che si desidera giudicare.

Mi spiego meglio. Se colui che pronuncia la frase in questione si considerasse, effettivamente, parte del genere umano nel suo complesso -ovvero parte della categoria di soggetti che ritiene meritevole di estinzione- starebbe proclamando una volontà di suicidio collettivo. Dire “meritiamo l’estinzione” includendosi nella categoria dei “meritevoli“, infatti, equivarrebbe a dire: “Ritengo giusto uccidermi e, parimenti, ritengo giusto che il resto dei miei simili si ammazzino al fine di garantire il bene della terra“.

Chi però ritiene l’uomo meritevole di estinzione, così come chi ascolta o legge simili discorsi, difficilmente sarà spinto a intenderli sotto questa accezione. Il significato profondo del “meritiamo l’estinzione” risiede quindi nella premessa che, chi pronuncia tale giudizio, deve per forza ritenersi esterno al gruppo umano meritevole di estinguersi.

Il discorso potrebbe quindi riformularsi come segue: “meritano l’estinzione coloro che hanno fatto questo“, oppure, invertendo la polarità della frase, “Se coloro che hanno fatto questo si fossero comportati come io mi sarei comportato, allora, non meriterebbero l’estinzione“.

Qualsiasi giudizio di questo genere, però, non può essere accettato. Non può essere accettato a causa dell’ipocrisia di fondo nascosta nella convinzione di poter condannare il genere umano pur chiamandosene fuori. La condanna, infatti, ricorda facilmente quella pronunciata da un dio universale che, additando la scorrettezza umana, sceglie di punirla inviando un diluvio.

Il dio in questione non potrebbe pronunciare una simile condanna se non fosse separato dall’uomo in termini spaziali, psicologici e comportamentali. Se il dio in questione fosse un “dio tra gli uomini“, infatti, non potrebbe pronunciare alcuna condanna di questo tipo, ma dovrebbe, al contrario, agire e lavorare al fine di garantire il miglioramento e la redenzione.

La frase presa in esame, quindi, denota prima di ogni altra cosa un sentimento di distacco immotivato. Chi la pronuncia seriamente si percepisce separato, in maniera netta, dal resto dell’umanità a cui la condanna viene indirizzata. Come seconda cosa, inoltre, mette in evidenza un pessimismo privo di soluzione: “niente può esser fatto per migliorare l’uomo, niente può esser fatto per salvarlo, si può solo fare tabula rasa“.

Questa concezione risulta però inaccettabile. Risulta inaccettabile perché non tiene conto della realtà storica in cui sguazza l’essere umano. Che ci piaccia o meno crederlo, infatti, l’uomo risulta sempre potenzialmente migliorabile. Forse è ammissibile ritenere che esso non lo sia, interamente, dal punto di vista della sua natura più profonda. E’ infatti quasi comprovato come l’uomo sia sempre stato ciò che è in qualsiasi momento storico. La capacità umana nel migliorarsi però si registra indubbiamente quando mettiamo l’essere umano in relazione con ciò che lo circonda.

Il progresso tecnico, filosofico, scientifico e giuridico ci dimostrano che l’uomo è sempre in grado di migliorare le condizioni in cui si trova. E’ sempre in grado di fornire una risposta alle necessità del reale. Risposta che, indubbiamente e inevitabilmente, provoca la nascita di nuove problematiche via via sempre più complesse e che, forse, giunti ad un certo punto, risulteranno persino insolubili. Ci son però tutte le ragioni di credere che, a livello attuale, la possibilità di fornire risposte sia ancora ben presente e radicata nell’intenzionalità umana.

Il discorso di fondo di tutta questa riflessione è quindi che non meritiamo l’estinzione ma meritiamo, ancora una volta, di migliorare. Consapevoli di possedere, costantemente, la possibilità di farlo.

L’organizzazione per la tutela dalla devianza sessuale in materia videoludica

Devianza sessuale

S. Lewitt – Wall Painting #1113

-Buongiorno!-

-Buongiorno a te!-

-Io sono un uomo tutto vestito di nero che indossa una cravatta brutta brutta. In realtà non son consapevole della sua bruttezza poiché le regole estetiche relative alle cravatte mi son sempre parse incomprensibili. Cos’è bello? Le linee diagonali sono belle? A me sembrano aggressive a dirla tutta. Quelle orizzontali? Mi sanno semplicemente di linee orizzontali. Quelle verticali? Boh, a dir la verità non son troppo convinto circa l’esistenza delle linee verticali, penso derivino semplicemente dall’inclinazione assunta dall’asse terrestre in un dato momento.- Il secondo tizio lo guarda per un attimo in modo strano. Poi si rianima.

-Ah sì, giusto. E’ l’inizio della storia, mica ci conoscono. Dunque, pure io sono un uomo tutto vestito di nero. Pure io indosso una cravatta e pure io non riesco a comprenderne l’intrinseco valore estetico. La mia ha i pallini. Sono carini i pallini no? Se esistesse un solo pallino in tutto l’universo son sicuro che farebbe una bellissima impressione. I pallini sulla cravatta, però, il più delle volte, ricordano degli sfoghi allergici o un ritratto stilizzato della Pimpa. Concordi?-

-Concordo caro collega, ricordano proprio la Pimpa.-

-Dovrei togliermi la cravatta?-

-E’ contro il regolamento.-

-Ah, siamo già a lavoro?-

-Credo proprio di sì. Cioè, non posso giurarlo perché al momento il racconto è privo di qualsivoglia descrizione, ma scommetto che se fossimo a lavoro saremmo proprio vestiti a questa maniera, non trovi?-

-Non so. Come siamo vestiti quando non siamo a lavoro?-

-Indossiamo i sandali al posto delle scarpe.-

-E la madonna. Anche d’inverno?-

-Anche d’inverno. Forse abitiamo in un posto caldo o forse siamo tedeschi. Chi può dirlo.-

-Io non mi sento affatto tedesco. Comunque. Che lavoro facciamo?-

-Siamo membri dell’organizzazione per la tutela dalla devianza sessuale in materia videoludica.-

-Minchia che nome. E che lavoro è?

-In poche parole facciamo in modo che, all’interno dei videogiochi, non sia presente alcuna forma sessuale considerata perversa o pericolosa.-

-Ci sono forme sessuali pericolose nei videogiochi?-

-Se consideriamo i videogiochi in sé, a dirla tutta, no. Sono le persone a causare il problema. Nella stanza qui a fianco c’è un’indagata, vieni, ti faccio vedere.- Il primo uomo apre una porta alla sua sinistra e i due accedono ad una stanzetta angusta, illuminata solo da una piccola lampadina sgangherata e traballante. -Siamo a corto di fondi purtroppo, non farci caso.- Seduta su una sedia da campeggio si trova una giovane donna, quasi una ragazza, con gli occhi spenti e spaventati. Un piccolo tavolino bianco la separa dai due uomini

-Io non volevo..-

-Sì, sì, non volevi, certo. Nessuno vuole ma alla fine ci cascate tutti. Come la spiega questa cosa signorina.. mh, signorina seduta con gli occhi spenti e spaventati?-

-Mi chiamo Eritrea.-

-Senti Etiopia, non ce ne fotte un cazzo di come ti chiami, o tiri fuori la veri.-

-Ehi ehi, calmati.- Interviene il secondo uomo. -La sappiamo già la verità. La ragazza si è solo lasciata andare, dico bene?- Eritrea annuisce. -Ecco, visto? Sappiamo già quanto basta per una condanna.-

-E va bene.- Il primo uomo non è soddisfatto. -Dunque. Allora. Signora Abissinia, immagino sappia come funzionano le cose qui.- Annuisce di nuovo. -Bene, vado a prendere il microfono.- Esce dalla stanza.

-Stai tranquilla Eritrea.- Dice il secondo uomo avvicinandosi. -Andrà tutto bene. Devi solo far questo piccolo passo. Devi solo raccontare il tuo crimine a tutta la popolazione e sarai libera.-

-Io non sapevo..- Scoppia a piangere. -Io pensavo solo che fosse divertente.-

-Suvvia.- Le passa un fazzoletto. La ragazza lo controlla per qualche secondo, poi sceglie di non usarlo. E’ pieno di moccio. -Signora Somalia, l’idea del bene e del male è insita nel cuore di ogni uomo. Davvero non si è sentita sporca nel commettere il crimine che ha commesso?-

-No, lo giuro, io..Non importa.- Il primo uomo rientra nella stanza con un microfono.

-La signora Busdraghi è pronta?-

-E’ pronta, comunque si chiama Nigeria.-

-In realtà mi chiamo Eritrea.-

-D’ora in poi eviteremo di chiamarti. Problema risolto.- Le passa il microfono. -Come saprai questo microfono è collegato a numerosi altoparlanti presenti in tutte le città della nazione. Vogliamo che lei racconti il suo crimine, poi sarà libera di andare.-

-Sarò davvero libera di andare?-

-Certo, siamo solo un’organizzazione privata, è già tanto se riusciamo ad arrestarvi senza essere incriminati a nostra volta.-

-Ok. Lo faccio.-

-Accendi il microfono e sarai in collegamento nazionale.- Il microfono viene acceso, seguono svariati secondi di sofferto silenzio, poi la ragazza comincia a parlare.

-In quest’ultimo periodo mi è presa la fissa di tornare a giocare a Nintendogs. Non c’è un motivo particolare. Forse per noia o forse perché al contrario del mio cane, che si limita a cacare in ogni angolo di casa, i cani di Nintendogs ogni tanto ti portano anche qualche regalino.- I due uomini tirano fuori il cellulare, digitano qualcosa rapidamente e s’immergono nella contemplazione del piccolo monitor. -Il gioco è carino, non propriamente divertente ma serve, di sicuro, ad alleviare la solitudine. Avevo acquistato un cucciolo di Labrador e mi divertivo a portarlo a spasso, lavarlo e coccolarlo. Una volta l’ho pure iscritto a una gara. E’ arrivato ultimo. Dunque ho deciso di non lavarlo più, così, per punizione. In ogni caso mi divertivo un mondo con lui. Un giorno, però, mentre lo accarezzavo, lui si è sdraiato a terra rivolgendo la pancia verso l’alto. Era divertente, sembrava apprezzar davvero le mie carezze. Involontariamente, però, ho iniziato ad indugiare sulle sue parti basse. Con la punta del dito. Non avevo intenzione di far qualcosa di sbagliato eppure, anche senza volerlo, mi sono scoperta a masturbare il piccolo cucciolo.- Spegne il microfono e lo poggia nuovamente sul tavolo. -Andava bene?-

-Benissimo, le vendite sono già aumentate.-

-Le vendite?-

-Le vendite di Nintendogs ovviamente.-

-Fate tutto questo per vendere videogiochi?- I due cominciano a ridacchiare.

-Forse è il caso di rivelarti la verità. Vedi. Non esiste alcuna organizzazione per la tutela dalla devianza sessuale in materia videoludica.-

-Non esiste? Chi siete allora!?-

-Molto semplice. Siamo un’organizzazione che riunisce i maggiori produttori di videogiochi.-

-Ho finito, la bozza per il DLC è pronta.- Dice il secondo uomo ancora immerso nel suo cellulare.

-La bozza? DLC?- La ragazza si stringe la testa tra le mani.

-Perfetto. Lo chiameremo: “Nintendogs – Coccole perverse”-

-Ottimo nome, ottimo nome!- I due si scambiano qualche pacca sulla spalla. -Vado a prendere il succhia esperienza.-

-Che cazzo è il succhia esperienza!?- La ragazza urla terrorizzata.

-E’ un macchinario che ha il compito di estrarre il tuo ricordo circa il crimine che hai commesso, convertendolo in formato .wmv. In questo modo avremmo una base solida su cui lavorare per la creazione del DLC.-

-Avevate detto che dopo la confessione sarei stata libera di andare.-

-Ascoltami bene Marocco. Ascoltami. Fatto questo potrai tornartene a casa, se sarai ancora viva.-

-Io voglio essere ancora viva! Non posso essere uccisa per una cretinata del genere.-

-Nessuno ti ucciderà, il problema è che il numero di persone che sopravvivono al succhia esperienza è davvero minimo. Il rischio di danni neuronali è davvero elevatissimo . Come si suol dire: meglio prepararsi al pe.. Oh, ma tu guarda. Come vola il tempo. Continuerei molto volentieri a parlarti ma, come puoi vedere, non indosso più le scarpe. Guarda che bei sandali, guardali, semplicemente meravigliosi. E’ facile definire la bellezza dei sandali, mica come con le cravatte. Vabbé, ho finito il turno, torno a casa.-

Conflitto

Conflitto

E. Vedova – Senza titolo

Aghi di pino banchettano
tra le radici e le
rapide formiche antennute.
Si ruban reciproche
spazio e sementi,
scontrando le zampe
sui teschi e le bocche.
Ma non è l’eliminazione
o la morte o l’esilio
a sopire il conflitto;
La sua bensì semplice
comprensione nel suo perenne
processarsi in zampa
o bocca, mano e ruota,
remo o ala.

Algoritmo dell’impersonalità

Algoritmo

F. Stella – Hagamatana II (1967)

Non ho più il buon gusto
della scelta accurata,
dell’orlo frastagliato
tra fili d’oro e madreperla;
tra metriche e tematiche
incapaci di evitar la
coincidenza tra l’imbarazzo
e il contemporaneo.
Adesso, sempre meno
a parole, vige una mistica
ricerca dell’algoritmo
della solida impersonalità;
la produzione non partecipata,
la creazione che si plasma e
rigenera in solitudine autonoma;
nella distanza abissale
dalla mente pensante
e dei colori con cura
selezionati e sorretti
dal pollice e dall’indice.
Rincorro l’automazione
della coscienza come
l’eden decaduto di una
civiltà incomprensibile,
rattrappita da secoli
di sterile sovranità
e presunto potere
sul tutto ancora
inafferrabile.