L’esperimento dei bambini rapiti

Esperimento dei bambini rapiti

G. Richter – Costruzione astratta (1987)

Supponiamo di voler fare un piccolo esperimento. Per prima cosa rapiamo una decina di bambini, che tanto stanno sempre davanti ai telefonini e non hanno mai un cazzo da fare quindi, perché no, rapiamone una decina e dividiamoli in due gruppi A e B.

Elaboriamo quindi due “problemi” e chiamiamoli 1 e 2; perché tanto sono problemi e se non son contenti del nome che gli diamo mica possono scioperare no? Dunque, 1 e 2 sono problemi infinitamente diversi e potremmo riassumere le loro caratteristiche come segue: 1 è un problema così semplice e banale da permettere una rapida e soddisfacente soluzione, 2 è invece così difficile e spaccaculo da generare crisi e drammi esistenziali alla frotta di bambini ancora storditi dal rapimento e dai sedativi (oh non l’ho detto, per rapirli servono i sedativi). Assegnamo quindi i problemi ai due gruppi di bambini secondo questo schema: A1 – B2

Il gruppo A risolverà ovviamente il problema senza sforzi mentre il gruppo B si scoprirà frustrato e costretto a dar fondo a tutte le sue riserve intellettuali per riuscire, anche solo a ipotizzare, un leggerissimo passo avanti.

Terminato l’esperimento è giunto il momento d’invertire i problemi. Abbiamo quindi la seguente situazione: A2 – B1. Cosa possiamo osservare? E’ molto semplice. Il gruppo A, precentemente soddisfatto nella soluzione del problema 1, non si lascia scoraggiare dalla difficoltà di 2 e riesce a raggiungere risultati che superano, di gran lunga, quelli del gruppo B.

B alle prese con 1, al contrario, dimostrerà una forte insicurezza poiché frustrato nell’iniziale tentativo di soluzione di 2. Ecco che i risultati di B si dimostreranno tristemente più bassi di quelli del gruppo A, per il solo fatto di aver iniziato da un problema irrisolvibile e quindi insoddisfacente.

Tutto questo per chiedermi: quanto siamo incapaci di superare i problemi e quanto, invece, siamo solo frustrati, immobilizzati e insoddisfatti a causa di un fallimento iniziale? Boh, non lo so, intanto c’è la polizia fuori da casa mia, devo nascondere i bambini, alla prossima!

Annunci

La riforma della verità

La riforma della verità

O. Dix – Il trittico della guerra (1928)

-Vorrei sottoporvi, adesso, un dubbio che mi è saltato in mente qualche giorno fa.- Il consiglio ristretto mi osserva in silenzio. -Quando noi abbiamo intrapreso, ormai dieci anni fa, la grande riforma della verità, cosa pensavamo di ottenere?-

-Esattamente ciò che abbiamo ottenuto.-

-Certo, certo. Ma mi piacerebbe ripercorrere le tappe che ci hanno condotto quì. All’inizio erano solo leggi. Avevamo deciso di contrastare ciò che chiamavamo post-verità. Per prima cosa multammo i bugiardi, poi i creduloni e subito dopo buona parte degli opinionisti. Che senso ha un’opinione priva di fondamento ci chiedevamo. Ma questo non poteva bastare. Ovviamente non poteva bastare. Non eravamo in grado e non siamo in grado di controllare la vita privata degli esseri umani e, oltretutto, troverei la cosa deprecabile.-

-Poi, però-

-Poi però è giunta la svolta. La scoperta improvvisa ha rischiarato il cielo. Il fattore Hg, ciò che determina la bugia e la capacità di discernere il falso dal reale. Sottoponendo gli individui a massicce dosi di fattore Hg, scoprimmo, era possibile potenziare la loro capacità di giudizio e di discernimento. Fummo rapidissimi a cogliere le potenzialità di una simile scoperta. Perché Non spingerci oltre, pensammo. Non ci bastava più la capacità di discernere il vero dal falso, volevamo, a quel punto, impedire alla gente, noi compresi ovviamente, di sbagliar qualsiasi tipo di giudizio. Volevamo rendere gli uomini perfetti.-

-E ci siamo riusciti.-

-E ci siamo riusciti. Gli uomini son diventati perfetti. Esseri incapaci di sbagliare. Esseri pronti e decisi a fare sempre e solo una cosa: il bene. Ecco, ultimamente mi sto domandando una cosa. E’ divertente ma, appunto, vorrei parlarvene. Forse non abbiamo reso gli uomini perfetti ma solo incapaci di riconoscere un’errore.-

-Spiegati.-

-Ecco, come facciamo ad essere sicuri di agire realmente in favore della verità?-

-Perché adesso lo sappiamo!-

-Sì, ma come facciamo a sapere che lo sappiamo davvero? Se stessimo sbagliando come potremmo rendercene conto?-

-Perché lo sappiamo.-

-Sentite. All’inizio, quando scoprimmo il fattore Hg e il modo in cui utilizzarlo, decidemmo d’imporlo forzosamente alla popolazione della nostra al tempo piccola nazione. Prima abbiamo iniziato con le reclute militari. Era facile somministrargli il fattore insieme a qualche vaccino. Successivamente, preso il controllo dell’esercito, abbiamo cominciato a catturare, letteralmente, le persone. Prendevamo di mira una città o qualche paese, mandavamo i militari e facevamo prigioniera la popolazione. Somministravamo loro il fattore e li rimandavamo a casa. E così abbiamo fatto su tutto il territorio nazionale. Questo però non ci è bastato. In effetti ricordo che provammo tutti una forte indignazione nello scoprire che le altre nazioni, stupide, non ci stavano imitando e che anzi, davanti al nostro progresso, si armavano e si preparavano alla guerra. Dunque abbiamo attaccato per primi. I nostri uomini, però, non potevano esser sconfitti dalla loro versione più vecchia e fallimentare. Dunque iniziammo a espanderci, rapidamente, continuando l’opera iniziata in patria. La popolazione veniva sistematicamente deportata, modificata e reinsediata dove ci faceva più comodo. Avevamo a disposizione uomini infiniti, obbedienti, diligenti e, soprattutto, sanguinari. Così abbiamo conquistato il mondo intero. Le uniche persone che ancora non erano state modificate, signori miei, eravamo noi. Con immenso amore nei confronti del nostro immenso popolo, dunque, abbiamo deciso di esporci a nostra volta al fattore Hg. Siamo diventati perfetti a nostra volta e il mondo vive in pace. Sicuro. Non ci sono dubbi. Ma quanto è felice questo mondo?-

-La felicità è determinata dal vero.-

-Lo credevo anche io ma quanto, in realtà, le cose stanno così? Forse abbiamo solo preso un abbaglio e abbiamo condannato l’umanità al rango di bestia, senza neanche capirlo.-

-Cazzate.-

-No! Pensateci. Offritevi la possibilità di considerare un errore, almeno una volta, così come sto facendo io, pensateci.-

-Abbiamo pensato.-

-No che non avete pensato. Provate a prendere seriamente la questione.-

-Non puoi obbligarci a rifiutare le tue idiozie, a riprova di tutto questo, la tua storia mostra una lacuna inconfutabile.-

-Che lacuna?-

-Nessuno di noi è stato esposto al fattore Hg. Solo tu hai fatto una simile idiozia. Noi che lo abbiamo scoperto eravamo perfetti già prima, non abbiamo alcun bisogno di subire stupide mutazioni. Noi abbiamo guidato il mondo all’unità pacifica. Noi abbiamo perfezionato l’uomo. Noi, solo noi. Noi siamo la vera perfezione, gli altri sono nostre emanazioni. Nostre creazioni. Burattini. Semplicemente non sei mai stato in grado di capirlo. Sei stato così stupido da abbassarti al livello della folla. Ti sei declassato da solo. Bene. Così, ora, sarai declassato realmente.-

-Cosa intendete?-

-Tornerai tra la folla, nelle foreste, nelle capanne a vivere con il popolo al quale vuoi tanto assomigliare.-

La rapina

La rapina

K. Malevic – Quadrato rosso (1915)

Quando sono in banca mi capita spesso di pensare a cose strane. Sarà il caos di gente, sarà la puzza o forse l’ansia di dover comunicare con un qualche estraneo leggermente strabico che, con fastidio crescente, tamburella le dita tozze sulla sua scrivania. Oggi ad esempio mi è venuto in mente che io, nonostante tutto, non ho mai visto l’alba. Mi vien quasi da sorridere, cioè, chi non ha mai visto l’alba? Io, ecco, solo io. Mio padre ad esempio deve averla vista, ne sono sicuro. Io no, non ho l’ho mai vista e ora, alle otto di mattina, mi sento vagamente ansioso. Non so neanche se domani sarò ancora vivo. Non so nemmeno se supererò la notte e, a dirla tutta, mi sento un po’ incazz..

-Mani in alto, è una rapina brutti scemi!- Si diffonde il panico, la gente urla e si butta a terra mentre due tizi col passamontagna avanzano verso il bancone. Il primo, magrolino, impugna un grosso fucile a pompa mentre il secondo, ovviamente grosso e squadrato, si limita a roteare un manganello di ferro. Non sono immune al panico e, mentre penso che preferirei beccarmi una fucilata piuttosto che un manganello nelle gengive, mi guardo intorno in cerca di riparo. Devo nascondermi, di corsa, rapido, velocissimo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, mi blocco. Per qualche strano motivo mi trovo già sotto a un tavolo. A dir la verità mi rendo conto solo ora di esser stato sotto al tavolo fin dall’inizio della narrazione. Ecco perché il mio turno allo sportello sembrava non giungere mai, neanche ero in fila. Ma questo non è troppo importante ora. -Famo che vi sdraiate tutti a terra, sennò vi sdraio io.- Ordine inutile, siamo già tutti a terra. -No, non te. Guardami bene strabico del cazzo, ora corri a prendere tutta la roba di valore che riesci a trovare e poi torni qui. Se fai uno sgarro inizio ad ammazzare gente a caso e poi toccherà a te pulire.-

-Vado, vado.- Lo strabico ha una voce stridula che mi fa sogghignare.

-Oh, ma stai tranquillo eh, come minimo se sopravvivi a questa rapina ti danno un mese di riposo, a casa, pagato. Quindi dai, rilassati, prendi i soldini e vedrai che ne usciamo tutti vincitori.-

-Sì, corro, corro.-

-O bravo, corri.- Qualcuno per errore, dietro ai rapinatori, urta una sedia col piede attirando la loro attenzione. -Vuoi fare l’eroe?-

-Ho solo mosso una sedia.- Strilla il tizio. -Non sono un eroe. Non sono un eroe.-

-Bene. Perché gli eroi mi stanno sul cazzo. Già devo convivere annualmente con quella merda di film che fa la Marvel. A me piaceva la DC cazzo, mi piaceva un casino. Quanto erano belli i film di Batman con quelle città lezze, puzzolenti e con lo smog che usciva pure dal culo dei suoi abitanti. E invece no, cazzo no, la gente vuole i costumini colorati, le battutine e gli universi paralleli che nessuno ci capisce più nulla ma fa fighi fingere di avere in mente una linea temporale coerente. Non c’è una cazzo di coerenza nella Marvel, rendetevene conto. Su, dite tutti in coro che la DC è migliore.-

-La DC è migliore della Marvel.- Piagnucoliamo tutti in coro ad eccezione di una vecchietta dai capelli cotonati.

-Qualche problema nonna?-

-A me piace Spiderman.-

-Spiderman è una checca.-

-Ma e me piace! Se un ladro venisse a rubarmi la pensione sono sicuro che sarebbe Spiderman a salvarmi. Batman se ne frega, lui è con la casta.-

-Ah sì? Batman è con la casta? E Iron man allora? Lui vende armi di distruzione di massa al governo ma va bene eh. Va tutto bene perché Iron Man è figo, vero?-

-Ma anche Batman vende armi.- Dico timidamente. Vengo ignorato.

-Ma anche Batman vende armi.- Stronza di una vecchia, mi ha rubato la frase.

-Si ma fa anche altre cose, la Wayne enterprises fa un mucchio di cose. Ma cristo santo che schifo di cultura avete!?- Il dipendente strabico torna con un saccone tra le mani. -O bene, è tornato babbo natale. Cosa hai per noi?-

-Sono cinquemila euro in contanti, qualche diamante, un lingotto, il biglietto d’oro trovato dal ciccione della fabbrica di cioccolato e il primo numero di Deadpool.- Carica il fucile. Ecco, ora ci ammazza a tutti, me lo sento. Ci ucciderà tutti. Non vedrò mai l’alba, non sarò mai come mio padre. Che schifo di vita, che schifo di mondo.

-Cioè, fammi capire bene. Sono tipo venti minuti che sbraito contro la Marvel e te mi porti il primo numero di Deadpool!? No ma sei scemo, per forza.-

-Ma ha comunque un buon valore.-

-Solo se devi pulirti il culo con le sue vignette.- Rido, rido fortissimo. Questa è davvero buona. I rapinatori guardano nella mia direzione. Il tizio col manganello si avvicina. Ottimo, neanche la gioia di un po’ di piombo nello stomaco, no, sarò ridotto in poltiglia da un poligono armato di mazza. Il gigante incombe, mi scruta, si china, struscia una mano a terra e si allontana.

-Ma che banca di merda è questa? Hai visto che pozza d’acqua c’è lì?- Anche il fuciliere si avvicina a controllare.

-Sono i tubi che perdono. Tipico no? Banche piene di soldi che però non spendono nemmeno un centesimo per mettere in sicurezza l’impianto idraulico. Ma lo sapete quanto cazzo sono pericolose le perdite d’acqua? Basta una mezza scintilla elettrica e zac, si muore tutti fulminati.-

-Sono desolato, segnalerò alla direz..-

-Ma zitto strabico, ti pare che ho voglia d’inoltrare un reclamo ufficiale?-

-Pensavo che..- Il manganello lo colpisce in piena fronte.

-Meno uno. Ricapitoliamo cosa abbiamo imparato oggi: la Dc è meglio della Marvel, i danni alle tubature vanno riparati con diligenza e chi mi sa dire la terza lezione che abbiamo appreso?- Il tizio che “voleva fare l’eroe” solleva la mano.

-Dillo a tutti dai.-

-Abbiamo imparato ch..- Il rapinatore gli spara in fronte ma il rumore è subito occultato dalle urla tremanti dei presenti.

-Abbiamo imparato che non me ne fotte un cazzo di ciò che avete da dire. Prendi i soldi e la vecchia come ostaggio.- Dice al compagno. -Esci fuori e vai a prendere la macchina. Fai guidar lei. Sai guidare vecchia?-

-Sì.-

-Perfetto, andate, io faccio pulizia.- Sottolinea la frase caricando il fucile. Ecco, ci uccide tutti, logico, lo abbiamo fatto incazzare. Ovvio. Morirò qui. Moriremo qui. Tutti quanti. In banca, cioè, pensateci un attimo, quanto fa schifo morire in banca!? Io non voglio morire. Bang. Primo morto. Sono giovane, troppo. Bang. Secondo morto. Bang, bang, bang. Restiamo solo io e una ragazzetta che nonostante la paura ha avuto il tempo di fare una instagram stories. -Ultime parole?- Chiede il rapinatore puntandole il fucile in fronte.

-Se sei su instagram ti posso tagg..- Bang. Parte della sua scatola cranica mi finisce davanti agli occhi ma non mi fa troppo effetto, anzi, mi accorgo all’improvviso di aver fame. Il rapinatore intanto si guarda intorno sornione. Carica ancora il fucile. Controlla ogni centimetro della banca e poi, con uno sbuffo soddisfatto, esce di corsa. Non fa sempre schifo essere un’ameba.

Provincialismo

Provincialismo

R. Rauschenberg – Tracer (1963)

Non esiste alcuna crisi valoriale,
alcun complotto enogastronomico o
culturale ai danni del vostro morboso
attaccamento ad un culo che può solo
partorire merda. Tranquilli, nessuno
vi priverà dei vostri luoghi comuni
culturali, delle tradizioni architettate
o di una lingua che neanche conoscete.
La vostra ridicola paura è l’ammissione
di partecipare a un mondo che
non necessita più di voi, così, come
voi vorreste chiudere il mondo dove
termina l’orto di vostro zio,
sicuramente ottima persona,
ma insufficiente se lo si elegge
polo sud, polo nord ed equatore,
del vostro, e nostro, provincialismo.

Padri e figli

Padri e figli

Educare è decidere,
quando sciama il formicaio
sulla deceduta e scarnificata
proiezione di sé sono starnazzi
le voci dei padri.
Educare è decidere,
nel condannare non il
becero estremismo apolitico
di chi vive nel mio stesso
secolo ma l’odio bavoso
delle bocche sdentate di
caritatevole rabbia e
orgoglio smotivato
della gente matura.

Educare è decidere,
di schivare e fuggire
la rabbia repressa, l’egoismo
e l’ipocrisia della generazione
che ci ha messo al mondo.
Educare è decidere
di rinunciare ad esser
così anche noi, meschini,
incapaci di coerenza
agli occhi di qualsiasi
poppante esangue in cerca
di cibo, in un mondo di vecchi
che stremati erigono
il loro bieco mausoleo.

La nascita del cubismo?

10962238535_d8b09257e0_b

P. Picasso – Les Demoiselles d’avignon (1909)

A inizio 1900, in una Parigi mutilata dalla violenza dei Gilet Gialli e dall’inguardabile cromatismo omosessuale dei quadri fauves, vissero, lavorarono e copularono due tra i maggiori artisti del secolo: Picasso e Braque, destinati a diventare maps xseo 4ever and ever almeno fino allo scoppio della grande guerra, nel 1914. Braque sarà infatti chiamato a combattere ma si dimostrerà incapace di morire. Un fatto terribile per la storia dell’arte che, non potendo vantare la morte in guerra di uno dei due creatori del cubismo, ha semplicemente deciso di dimenticarlo. Ed ecco perché oggi conosciamo solo Picasso.

Dunque, i due futuri migliori amiconi s’incontrano a Parigi nel 1909 grazie all’azione di Apollinaire, un letterato e critico d’arte sempre pronto ad attaccarsi a qualsiasi cazzanaire rigurgitata dal tugurio artistico parigino. Lo vediamo infatti come paladino dei fauves, dei futuristi, dei cubisti, degli orfici, degli orifizi, dei vegani e anche di chi ritiene che windows 7 sia un sistema operativo, valido e funzionale.

‘nzomma, Apollinaire ha la brillante idea di far conoscere i due artisti e, credetemi, la cosa non ha proprio alcun senso perché tra i due, Picasso e Braque, c’era un abisso, come presentare mio cugino Cicco Leopoldo che canta nelle fiere di paese al grande Albano.

Nel 1909, infatti, Picasso era già un tipetto mediamente famoso soprattutto grazie ai suoi periodi blu e rosa. Ora non immaginatevi roba troppo spettacolare eh, si tratta solo di alcuni anni di ristrettezze economiche in cui il pittore si trova costretto a dipingere usando solo un tubetto di colore alla volta.

Comunque sia, Picasso stava già diventando Picasso e aveva pure già dipinto un quadro che avrebbe fatto la storia: le “Demoiselles d’avignon“. Il caso volle però che l’opera venne ritenuta così brutta, dai suoi amici, da costringere Picasso a dire in giro che, in realtà, era semplicemente un troiaio incompiuto. Facile sì.

Braque invece era un povero sconosciuto. Aveva seguito per qualche tempo la poetica artistica dei Fauves che purtroppo, lo sappiamo, non potrebbe soddisfare nemmeno un decoratore di scatolette di tonno, e dal momento in cui pure i grandi fauves, Matisse e Derain, cominciavano a comprendere come la Joie de vivre fosse solo un’illusione utile a eroinomani e bevitori d’assenzio, Braque decise di accodarsi a Picasso, nell’elaborazione di una nuova estetica per la rappresentazione del reale. Riprendete fiato, è stata una frase molto lunga, lo so.

Ecco che i due diventano dunque migliori amici. Vanno un mucchio di volte in vacanza insieme nel sud della Francia o in Spagna. Dipingono e chiacchierano giorno e notte sfottendo il loro amico rumeno, Brancusi, che al tempo neanche faceva lo scultore ma si limitava a rubare il rame nelle tram vie parigine.

Via, tra i due nacque un rapporto destinato a fare storia nel mondo dell’arte. E’ grazie a loro se abbiamo il cubismo, wow, cioè, è grazie a loro se ogni volta che guardiamo un quadro dobbiamo sempre strapparci la retina e bestemmiare in ungherese per riuscire a capire se abbiamo davanti una natura morta o, forse, un suonatore di chitarra. Che bello, cioè, a me piace.