L’angoscia della creatura

Angoscia

J. Beuys – The fireplace (1978-79)

Non è una novità e non deve esserlo per alcun motivo: l’uomo nel mondo vive attanagliato da un’ansia costante e a grandi linee inaffrontabile. I motivi che provocano quest’ansia incombattibile sono molteplici: il futuro indefinito, l’incapacità di comprensione degli eventi, la socialità, la solitudine e così via. A dirla brevemente sembra quasi che ogni componente della vita individuale umana esista, prima di tutto, come forma d’ansia o d’angoscia che necessità di esser combattuta, superata e introiettata. Lo stesso sviluppo del singolo umano potrebbe, con molta probabilità, esser definito come un costante “tira e molla” tra lui e la sua angoscia.

Ogni passo avanti può essere svolto solo in virtù di uno scontro intimo con un sentimento di angoscia semipermanente, alla ricerca di una serenità che non viene mai raggiunta. Ad ogni angoscia sconfitta, infatti, ne succede immediatamente un’altra. L’unica tranquillità o serenità realmente raggiungibile dall’uomo, infatti, consiste nella comprensione di questa infinita rotazione. Una comprensione che gli permetta di accettare determinate angosce senza vivere nel costante dramma che spinge verso il doverle superare ad ogni costo.

L’uomo è sereno quando, conscio della sua condizione angosciata inevitabile, ne accetta la problematica inevitabilità.

Tra queste innumerevoli ansie ed angosce che attanagliano l’esistenza umana, però, ne esiste una quasi imprevedibile. Un’angoscia che in pochi riuscirebbero a riconoscere al primo sguardo poiché, in un certo senso, diversa da tutte le altre. Sto parlando dell’angoscia derivante da una passività strutturale dell’uomo: il suo essere, fondamentalmente, una creatura. Essere delle creature vuol dire, implicitamente, che dobbiamo la nostra esistenza a qualcosa che, facendosi creatore, è stato in grado di metterci al mondo o di generarci così come siamo. Il carattere fondamentale della creatura è dunque una certa passività nell’esistenza: essa esiste poiché è stata creata, non ha scelto lei di esser qualcosa, così come non ha scelto quando esserlo.

Questa condizione, che in un primo tempo potrebbe quasi richiamare, nella mente del lettore, qualche spettro religioso, è in realtà puramente fisiologica. Creati e generati dai nostri stessi simili, infatti, non abbiamo alcun potere di decidere della nostra creazione. Come creature siamo impotenti davanti alla volontà creatrice di qualsiasi altro essere umano. Non possiamo impedire la nostra creazione. Non possiamo nemmeno interromperla in corso d’opera se non tramite il suicidio, dopo aver acquisito una determinata maturità e consapevolezza del reale. Aspetto centrale in tutto questo è il fatto che la creatura, in alcun modo, può agire sui suoi creatori.

Nello stesso modo in cui nessuno può sottrarsi al diluvio universale, nel momento in cui viene scagliato sul pianeta. L’essere umano non può evitare di essere creato per decisione dei suoi creatori. Questa condizione, a livello del tutto inconscio, ci fa sentire vagamente impotenti, piccoli e privi di volontà anche davanti ai nostri stessi simili che, quasi con leggerezza, hanno deciso di plasmarci al fine di proiettarci nel mondo reale.

Questa condizione di creatura genera nell’uomo un’angoscia che, in un primo momento, non può essere in alcun modo placata o superata. Non esistono rimedi contro la passività implicita nell’essenza stessa della creatura. L’unico rimedio incompleto, che ogni uomo è spinto a ricercare, si basa sul costante tentativo di abbandonare il ruolo di creatura per divenire, magari anche solo per un momento, creatore di qualcosa. Può trattarsi di creare dei figli, delle opere d’arte, degli oggetti e così via. Non esiste una forma stabilità per questo disperato tentativo, l’unico sottofondo costante è il fatto che per non notare la nostra condizione di creature facciamo di tutto, fin dai primi momenti.

Un’altra condizione determinata dall’essere creature, prevalentemente non manifesta ma perfettamente percepita inconsciamente dall’uomo, è il fatto che la creatura è alla mercé del suo creatore. Con questo non voglio dire che esiste un dispotico dominio genitoriale sulla volontà e sulle azioni dei figli, la questione è più sottile e complessa. Questo “essere alla mercé“, infatti, non deve manifestarsi compiutamente in azioni e fatti concreti. E’ semplicemente un sentimento inserito nell’intimo della creatura che, volente o nolente, non può evitare di percepirsi come emanazione del suo creatore. Percependosi come emanazione, però, non può evitare di riconoscersi, almeno inizialmente, come un “qualcosa di meno“, rispetto al creatore. Deve infatti riconoscersi più piccolo, debole, inesperto e fragile. Ecco quindi che dalla valutazione sopraelevata con cui, da piccoli, osserviamo i genitori, si sviluppa una sorta di volontà creatrice che, altro non è, se non la volontà di elevarsi allo stesso livello dei nostri creatori. Qualsiasi tentativo creatore, infatti, rappresenta l’eterno tentativo di ribaltare un’originaria condizione di creatura passiva debole e manovrabile.

La condizione del creatore, infatti, contrariamente a quella delle creature, è quasi una riproduzione in scala della divinità. Il creatore, infatti, pur essendo a sua volta creatura, si distacca da questa caratteristica iniziale per spingersi verso una nuova vita, in cui non conta il modo in cui è stato generato; conta solo ciò che genererà. Mentre la creatura si trova quindi vittima di un costante legame con il suo passato più remoto, il creatore è riuscito a svincolarsi da questo legame per proiettarsi verso un immediato futuro. L’angoscia del suo essere creatura si placa momentaneamente, permettendogli di scollarsi di dosso il passato come zavorra, per ritradurlo in un’immagine produttiva del futuro. Questo meccanismo però, è bene specificarlo, non è sufficiente ad annullare completamente l’angoscia da creatura. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo consisterebbe, infatti, nell’abbandonare per sempre il ruolo di creature per dedicarci ad una creazione costante e senza pause, che c’impedisca di percepire la passività che motiva la nostra esistenza. Dunque la condizione di creatore è sempre transitoria, non può mai perdurare più a lungo del processo creativo al quale decidiamo di dedicarci. La condizione di creatura, invece, è costante e perenne. Non possiamo annullarla in assoluto e dobbiamo, quindi, limitarci a rattoppare, quando possiamo e come possiamo, questa forma d’angoscia così insolita e inattesa.

La condizione che ci appartiene, in questo caso, è dunque simile a una linea curva, il cui punto più alto corrisponde alla creazione mentre, quello più basso, alla passività della creatura. Noi ondeggiamo su questa linea alternando, senza sosta e senza tregua, momenti in cui riusciamo a risolvere l’angoscia nella creazione e, di contro, altri momenti in cui è la passività dell’esser creatura a dominarci.

Annunci

La sacra leggenda di Karim e dell’Arcangelo primario di chirurgia

Arcangelo

L. Orsi – San Michele Arcangelo (7 dicembre 2017)

Karim medita. Occhi socchiusi, gambe incrociate, sigaretta accesa poggiata sul letto e un dolce odore di stoffa bruciata che minaccia fuoco e fiamme. Karim medita. Medita perché non ha niente di meglio da fare. Il centro per l’impiego ha chiuso i battenti dopo i suoi dieci minuti di attività lavorativa quotidiana. La pizzeria “Il Mattacchione Omosessuale”, dove lavora come tovagliolo di carta part-time, ha scelto, per quella giornata, di rifiutare i suoi servigi. Dunque Karim medita, ricercando nel profondo del suo spirito il senso ultimo dell’universo, la chiave di volta che tiene in piedi il castello di carte del reale.

-Karim.- Una voce ultraterrena lo chiama, flebile e dolce. -Karim, apri gli occhi Karim.- Davanti a lui si manifesta, in un candore abbagliante, un magnifico essere alato. Il suo volto è incorniciato da boccoli biondi. Un camice bianco racchiude il corpo snello e muscoloso mentre uno stetoscopio fiammeggiante pende dal suo fianco. -Karim, io sono l’Arcangelo primario di chirurgia e sono giunto al tuo cospetto perché ho un messaggio importante da comunicare.-

-Ecco, ho preso la scabbia, vero? Dovevo immaginarlo.-

-Ma no. No Karim, tu sei sanissimo. Tu sei il più sano tra gli uomini, per questo nostro Padre ti ha scelto come suo emissario.-

-Ma gli emissari non sono i fiumi che si mischiano a fiumi più grandi?-

-No Karim, quelli sono gli affluenti.- L’Arcangelo primario di chirurgia si morde le labbra carnose. -Nostro Padre dovrebbe imparare a scegliere le persone in base alla loro intelligenza e non in base alla salute.-

-Cosa vuol dire questo?-

-Niente Karim. Niente. Tu dovrai portare nel mondo il verbo di una nuova fede. Nostro padre si è stufato delle religioni di salvezza, ha dunque pensato a un nuovo format più congeniale ai tempi che corrono. Nostro Padre ha dunque ideato una religione di sanità, basata sulla salute degli uomini e sul loro benessere fisico e psicologico.-

-Ma io non sono neanche vaccinato.-

-Nessuno si vaccina più da secoli Karim. Proprio per questo c’è bisogno di questa nuova fede. Prendi questo.- L’arcangelo porge al giovane una piccola scatoletta bianca. -E’ una Tachipirina sacra, risalente alla fuga degli ebrei dagli ospedali egiziani. Mangiala e il verbo sacro del Signore si manifesterà nel tuo cuore. Sarai così in grado di predicare.-

-Devo masticarla?-

-No Karim. Deve sciogliersi in bocca. E’ orosolubile. Quando l’avrai ingerita, forte di una nuova saggezza, potrai cambiare questo mondo disgraziato.-

Al Mattacchione Omosessuale, il proprietario, Giorgio Rimbiotto, osserva Karim con gli occhi fuori dalle orbite.

-Ma tu sei scemo. Col cazzo che mi vaccino. Le case farmaceutiche lucrano sulla nostra salute, rendono autistici i nostri figli, infettano geneticamente il nostro sangue e mirano a renderci tutti schiavi.-

-Un Arcangelo primario di chirurgia mi ha incaricato di diffondere la parola del Signore. Tu puoi entrare a far parte della clinica dei cieli ma sei libero di scegliere. Non vaccinandoti ti aspetta l’inferno.-

-E che roba sarebbe ‘sto inferno?-

-E’ come lo stare in coda, in farmacia, in attesa del proprio turno, per poi scoprire, una volta arrivati al bancone, che hanno finito le Zigulì.- Giorgio deglutisce rumorosamente, forse un po’ spaventato ma affatto convinto.

-Senti, cosetto, mi hai rotto. Te sei qui per fare il tovagliolo, o ti metti a lavoro o ti levi di culo.-

-Attento.- Esclama Karim, puntando l’indice al cielo. -Se rifiuterai il verbo di Sio, scusa, errore di battitura, di Dio, la sciagura si abbatterà sul tuo primogenito.-

-Nomina ancora mio figlio Ruggerino e ti spacco la faccia. Via, fuori da qui, non voglio più vederti.- Karim esce dalla pizzeria schivando, per volontà di Dio, lo sgabello lanciato dal proprietario. Subito dopo, però, il cellulare di Giorgio comincia a squillare.

-Teresa, dimmi tutto.- E’ sua moglie.

-Caro, è successa una cosa.- Giorgio avverte un nodo di terrore allo stomaco.

-Cosa è successo?-

-Riguarda Ruggerino.-

-Cosa è successo a Ruggerino?-

-Non lo so. Cioè, non sono sicura. Due putti, due angeli, sono apparsi dal nulla.-

-Non dirlo.-

-Sono apparsi dal nulla, avevano una siringa in mano e..-

-No, ti prego, no.-

-E hanno vaccinato nostro figlio.- Seguono svariati secondi di pianti e singhiozzi.

-Aspetta, manteniamo la calma, per cosa lo hanno vaccinato?-

-Tetano e morbillo.-

-Sciagura a te mondo barbaro!- Urla Giorgio con le lacrime agli occhi. -Il tetano è una malattia che non colpisce gli esseri umani mentre il morbillo non ha mai ucciso nessuno. Che bisogno c’era di vaccinarlo!? Questa è crudeltà!-

-C’è di peggio amore. Nostro figlio ha smesso di giocare con il tablet. Non lo vuole più. Ha iniziato a disegnare con i pastelli colorati. Credo sia diventato autistico.- Il telefono cade dalle mani di Giorgio finendo nell’impasto per la torta di ceci. L’immagine va in dissolvenza. Schermo nero. Cambio di scena. Pausa caffè.

La nuova fede si diffonde in tutto il mondo ma, com’è facile attendersi, non riesce a portare la pace. Si formano infatti tre correnti in costante lotta tra loro. La prima, la corrente omeopatica, ritiene che qualsiasi sostanza, se benedetta dal Signore, può condurre l’uomo alla salute. La seconda, scientifica, crede che solo uno studio accurato del reale possa scoprire ciò che è utile e ciò che è dannoso ai fini della salvezza sanitaria. L’ultima corrente, la terza, è invece composta da tutti quelli che non hanno ascoltato il verbo del signore ma che, non volendo essere tacciati d’ignoranza, hanno scelto di fingere di conoscerlo. E’ una corrente che segue i dettami della LEGO. Per loro i mattoncini colorati sono fighi e devono quindi esser venerati.

Per porre fine a questo conflitto insensato, Karim, patriarca della corrente scientifica, contatta gli altri due patriarchi rivali, per cercare una soluzione alle differenze ideologiche. I tre s’incontrano in un bar del centro, dove, a causa della musica ad alto volume, risulta impossibile parlare se non tramite gesti. Nonostante questo enorme ostacolo i tre patriarchi riescono a stabilire i punti di contatto che rendono sorelle le tre correnti.

-Adesso possiamo finalmente vivere in pace.- Urla Karim.

-Grazie all’unione delle nostre fedi il mondo balzerà in avanti di mille anni.- Concorda il patriarca della Lego.

-Una nuova età dell’oro sta per sorgere.- Conferma il patriarca omeopata.

-Karim, Karim. Chiudi gli occhi Karim.- Il ragazzo chiude gli occhi, riconoscendo, ormai per esperienza, la voce di un angelo. L’essere alato dai boccoli biondi compare nel buio della sua mente rischiarandone l’atmosfera. Al posto del camice indossa un grembiule tutto sporco. Al posto dello stetoscopio una mannaia, fiammeggiante anch’essa. -Sono l’arcangelo macellaio, nostro Padre ha cambiato idea. Non è la salute la cosa più importante. La cosa più importante è il mangiar bene. Tieni questo cosciotto di pollo, quando l’avrai mangiato potrai iniziare a predicare.-

Aritmetiche daltoniche

Aritmetiche daltoniche

G. Vasari – Sacrificio di Isacco (1545-46)

Legata, ai nostri mignoli da giganti
di montagna addormentati, si nasconde
una vaga e daltonica aritmetica insensibile.
Il nostro sguardo ancora si contorce sulla sabbia:
siamo bloccati qui, sulla battigia rovente del
monotono millennio irripetibile, incapaci, ancora,
di riconoscere e accettare il vento e la tempesta,
senza mettere al rogo, sacrificando al divino spavento,
compagni e vittime sofferenti.

Scala di valori

Scala di valori

R. Delaunay – Disco (1936)

Ci siamo riconosciuti tutti
nel veleno. Superando con un
balzo il fossato delle tiepide
lontre puzzolenti e abbandonando
un passato da vermi cercatori
di fango. Abbiamo imparato
a riconoscerci tutti
nel veleno. Identificatori
di dissonanze, di abissi irti
di lance e ossidiane rituali,
affinché nessuno potesse più,
nemmeno per bisbiglio,
definirsi umano, come atto
d’inclusiva ribellione intima
a questa scala di valori.

Chi è il povero?

Il povero

J. L. David – Belisario chiede l’elemosina (1781)

Il povero, all’interno di qualsiasi società, in ogni momento storico, rappresenta sempre un corpo su cui si condensano tensioni e paure di un’intera popolazione. Il povero infatti, il povero vero, il barbone appostato davanti alla chiesa, pur facendo parte di quella stessa popolazione è, allo stesso tempo, un outsider. La sua vista, in un certo senso, disturba, incute timore, fa sorgere strani pensieri.

Il primo fatto da registrare, relativo a questi poveri, è che gran parte della popolazione vorrebbe non doverli mai incrociare. Quando infatti sentiamo qualcuno dire “non voglio barboni qui“, raramente egli intenderà che è necessario aiutare queste persone affinché possano uscire dal loro baratro di povertà irrisolvibile. Spesso e volentieri il senso della frase è un puro e semplice “io non voglio vederli poiché mi disturbano“.

La popolazione preferirebbe non doverli vedere, ma non vorrebbe renderli inesistenti, solo molto distanti. Non è importante l’esistenza del povero, è importante (e quindi disturbante) la sua presenza. Davanti al povero, infatti, emergono due istanze che contribuiscono a spaventare e a colpevolizzare moralmente lo spettatore. Prima di tutto l’istanza spaventante configura il povero come essere umano, simile all’osservatore. Immedesimandosi, dunque, chi osserva potrebbe comprendere che lui stesso, da un momento all’altro, potrebbe ritrovarsi nella medesima condizione.

Emerge quindi, subito dopo, la seconda istanza morale-colpevolizzante. Essa ci chiede di far qualcosa per il povero in questione: carità, beneficenza, aiuti di vario genere e così via. Questa istanza è colpevolizzante per il semplice fatto che viene, nella maggior parte dei casi, contrastata dalla volontà dell’individuo che, in realtà, non vuole fare nulla per queste persone e, soprattutto, non vorrebbe avvertire questo senso di colpa morale.

Il povero è dunque colui che non si vuole vedere. Non vogliamo vederlo poiché, in fin dei conti, non siamo intenzionati ad aiutarlo. Fino a quando esso non si manifesta davanti ai nostri occhi, però, possiamo vivere senza sentire la colpa morale che il nostro volere provoca nelle nostre coscienze.

Parafrasando si potrebbe anche dire che il povero è colui che si dovrebbe aiutare ma che non vogliamo aiutare e, per evitare il senso di colpa sprigionato da questo rifiuto, vorremmo nascondere il più lontano possibile dai nostri occhi.

Per dare adito a questa tendenza si cercano dunque un mucchio di scusanti e giustificazioni. Prime tra tutte sono le azioni che si dicono contro il degrado o, al contrario, a favore del decoro urbano. Azioni che il più delle volte puntano, smascherandosi, all’allontanamento del povero dallo sguardo della gente, fingendo di dimenticare che il degrado si combatte eliminando le cause e non le vittime.

E’ come se, per combattere la pedofilia, decidessimo di mandare fuori città tutti i bambini al di sotto dei quindici anni. Ma se un’azione di questo tipo risulta fin da subito ridicola, le azioni anti-degrado vengono spesso accettate e condivise da buona parte della popolazione. Vengono accettate perché è facile ritenere il povero una causa del degrado. Un agente che contribuisce, quasi maleficamente, come un untore di altri tempi, all’imbruttimento del luogo.

Vengono accettate anche perché nella massa è facile spalleggiarsi, ripetendosi a vicenda che non c’è niente per cui dovremmo sentirci in colpa. Non c’è nulla che potremmo fare per “loro“. L’unica cosa da fare è allontanarli, smettere di vederli, per vivere liberamente la nostra vita, fino a quando non saremo noi ad aver bisogno di aiuto.

L’astrattismo delle Grandi Bagnanti di Cezanne

Grandi bagnanti di Cezanne

P. Cezanne – Le grandi bagnanti (1906)

Composto tra il 1900 e il 1905, “Le grandi bagnanti” di Cezanne è probabilmente uno dei quadri più suggestivi, equilibrati e strutturalmente eccellenti della prima metà del XX° secolo. L’opera infatti non è solo di straordinario impatto visivo. Essa è stata costruita pezzo dopo pezzo con l’intento di creare una vera e propria composizione, quasi astratta, tra forme e colori. I vari elementi dell’opera perdono infatti importanza per quanto concerne la loro natura riconoscibile, per divenire parte di un contesto armonico e sinuoso. Concettualmente è, senza ombra di dubbio, una delle prime opere astratte mai pensate.

Non è necessario essere dei grandi osservatori per notare la grossolanità che caratterizza le figure femminili a bordo acqua. Non sono aggraziate bensì robuste, spigolose, plastiche, goffe e prive di qualsiasi erotismo. Sembrano Golem in pietra costruite e assemblate da un artista sconosciuto. Cezanne le ha private della loro individualità, le ha rese inumane e generiche, così come il paesaggio. La premessa dell’opera, piuttosto evidente, è dunque questa: l’importanza del paesaggio nella composizione è identica a quella delle figure. Dunque non esiste un soggetto centrale o un protagonista se non l’opera in sé.

La scena è avvolta nell’immobilità. Solo il colore, disposto con brevi e robuste pennellate, spesso in diagonale, genera un reticolo ritmico, movimentato e, contemporaneamente, ordinato. Al centro del dipinto troneggia il poderoso triangolo creato dall’incontro delle fronde degli alberi; una cornice interna che ci aiuta a focalizzare l’attenzione al centro esatto del quadro. Osservando il triangolo le stesse bagnanti in primo piano, finalmente, emergono come semplici elementi decorativi. Statue classiche sulla sommità di un tempio greco.

Dietro il triangolo abbiamo acqua, terra, cielo e vegetazione. Semplici linee orizzontali che contrastano e bloccano la dinamicità delle pennellate e della cornice triangolare.

Tornando alle bagnanti; il loro scopo decorativo diviene sempre più evidente, ancor più quando notiamo come la loro disposizione ricalchi, con precisione millimetrica, quella delle fronde alberate. Così mentre le due bagnanti in piedi seguono, con la loro schiena, l’incurvarsi dei tronchi, altre tre bagnanti sedute creano un secondo triangolo che spinge, contrariamente al primo, verso il basso.

Le bagnanti esistono solo per se stesse. In lontananza si scorgono poi due figure, ma solo una è riconoscibile. Un uomo, che secondo alcuni sarebbe lo stesso Cezanne, osserva la scena con le braccia conserte.

Egli sembra quasi proporci una versione moderna dell’Arcadia o almeno di una perfetta simbiosi tra l’uomo e la natura. Un’armonia e simbiosi che l’artista è costretto a guardare da lontano. Non può farne parte o non ci riesce.

Le figure che abbiamo davanti agli occhi sono spogliate di tutta la loro individualità. Sono atemporali, forse eterne e irraggiungibili. Quasi non sono figure, bensì esseri astratti, ricreati con un fine puramente artistico e decorativo. Nate dalla volontà di accostare forme e colori in armonia.

Il padre di Kevin

Il padre di

G. Grosz – Esplosione (1917)

-Hanno fatto bene a rinchiudere quello stronzo.-

-Ma che cazzo dici? Non ha fatto niente.-

-Suo figlio si suicida e noi dobbiamo pensare che non abbia nessuna colpa?-

-Kevin aveva molti problemi, siamo tutti un po’ colpevoli.-

-Henry stai diventando scemo.- Suo padre non andava certo per il sottile. -Io non ho proprio nessuna colpa. Questi problemi nascono in famiglia.-

-Ma non puoi mettere in prigione un uomo perché suo figlio problematico si è suicidato. Dovresti davvero imprigionare tutte le persone con cui ha interagito a questo punto.-

-Henry ascolta tuo padre.- Questa è la frase preferita della madre di Henry.

-Non ascolta mai un cazzo di niente il ragazzo.-

-Lo so caro, ma che possiamo farci?-

-Facciamo che se continua lo raddrizzo io.-

-No, cazzo, siete voi che non ascoltate!-

-Modera i termini ragazzino.-

-Voi non ascoltate. Non potete scegliere arbitrariamente di gettare la colpa solo sulla famiglia. E’ avvenuta una disgrazia e non ha senso cercare i colpevoli. Anche perché, lo ripeto, se dovessimo cercarli davvero, alla fine, dovremmo indagare tutta la città.-

-Ma chi ti mette in testa queste cose!?- Il padre ride.

-Sono i videogiochi caro.-

-Ma che cazzo c’entrano i videogiochi!? Te stai zitta. Ascolta, Henry, io non so per quale motivo tu voglia farci sentire in colpa.-

-Ma non voglio farvi..-

-Aspetta, ascolta. Io non so perché vuoi farci sentire in colpa, ma non m’interessa e non ci riuscirai. Io ho la coscienza pulita, sono tranquillo e felice.-

-Ma io non voglio farvi sentire in colpa, sto cercando di allargare la vostra prospettiva.- Ridono.

-Te vuoi allargare la nostra prospettiva? Caspita, che progetto audace.- La porta di casa si spalanca, entrano tre uomini.

-Nessuno contrario all’arresto del padre di Kevin?- Urla uno.

-Mio figlio.-

-Ma bene, consegnatecelo.-

-Con molto piacere, che palle, era ora che qualcuno venisse a prenderselo.- Il padre fa per agguantare Henry quando un’intera parete della casa viene fatta saltare in aria. Sbucano fuori altri tre uomini.

-Henry, vieni con noi, siamo contrari all’arresto del padre di Kevin. Tu, vecchio, allontanati dal ragazzo.-

-Mi allontano, mi allontano.- Fa il duro ma è spaventato.

-Avvicinati ragazzo, ti proteggiamo noi.- Henry raggiunge i suoi salvatori. -Ora dobbiamo semplicemente fuggire.-

-E pensate di poterlo fare?- I primi tre uomini si avvicinano.

-Resta dietro di noi Henry, li stendiamo e torniamo da te.- Il gruppo si affronta.

-Vecchio, cattura il figlio.- Urlano dal mucchio.

-Vieni qui Henry.- Miagola avvicinandosi.

-Fottiti, ti spacco la faccia se ti avvicini.-

-Non parlare così a tuo padre.-

-Minchia ma siete tipo gemelli siamesi, sempre attaccati.-

-Mi sa che sarò io a spaccarti la faccia, Henry.-

-Ti sto aspettando.- Padre e figlio si affrontano.

-Spacca il culo a nostro figlio, avanti caro.-

-Henry scappa.- Urlano dal mucchio. Una raffica di mitragliatrice fa crollare il silenzio. Sono tutti morti. Un soldato entra in casa.

-Obiettivo neutralizzato, passo.-

-Gloria al padre di Kevin, passo.-

-Gloria al padre di Kevin, passo e chiudo.-